Presentato fuori concorso al 70° Locarno Festival, Nothingwood è un film della documentarista francese Sonia Kronlund (già Pardo d’Oro nel 1995 con il film Raï), che decide di restare nello steso paese, l’Afghanistan, in cui da anni lavora per raccontare òlapidazioni e crimini di guerra, per affrontare peré un tema più leggero e incredibilmente insolito: l’incredibilmente prolifica industria del cinema di serie B (o forse sarebbe il caso di dire serie Z) in un paese in guerra da 30 anni.

La Kronlund decide infatti di seguire per alcune settimane la vita personale e lavorativa di un personaggio a dir poco bizzarro: il regista, attore e cantante fai-da-te Salim Shaheen. L’uomo, ex generale dell’esercito con alle spalle una brevissima carriera militare passata esclusivamente a difendere il proprio villaggio, è diventato una sorta di leggenda locale grazie ai suoi lungometraggi al limite del trash girati con mezzi di fortuna e prodotti a tempo di record. Con 110 film all’attivo e quattro nuove pellicole in produzione (ovviamente in contemporanea), Shaheen decide di portare con sé la documentarista durante la particolarissima fase di riprese dei suoi nuovi capolavori, che avviene in continuo movimento lungo tutto il paese. Ovunque vada, l’eccentrico cineasta trova folle adoranti felicissime di apparire come comparse, che il regista riesce a intrattenere e divertire con fare da vero showman. Il documentario racconta poi la vita del regista stesso, seguendo le riprese di un film semi-autobiografico in cui il protagonista racconta il suo amore per il cinema.

Per quanto sia molto difficile trattenere le risate difronte ai footage dei film di Shaheen, ai suoi particolarissimi metodi di lavoro (le sceneggiature vengono improvvisate durante i viaggi in macchina da un set all’altro dall’unico membro della crew in grado di leggere e scrivere) e alle performance decisamente sopra le righe del suo “cast”, in particolare quelle dell’effeminato attore Qurban Ali, Nothingwood non vuole essere solo il grottesco ritratto di un personaggio più unico che raro: il documentario racconta la storia di chi rischia la vita da trent’anni per amore del cinema, seppur nella sua espressione più demenziale e sconclusionata. In un paese in guerra da decenni, Shaheen decide di prendersi a carico il duro compito di distrarre una nazione intera regalandogli un po’ di svago, mettendoci più passione che mai e, cosa più importante, accettando nel suo entourge chiunque glielo chieda, dimostrandosi estremamente generoso con quella folla che adora sentire applaudire.

Un altro aspetto che emerge dal documentario è la completa perdita di qualsiasi impianto ideologico, di qualsiasi tabù, di qualsiasi background religioso: in tempo di guerra e in mezzo alla povertà più assoluta, i precetti dell’islam e le regole del corano sembrano aver perso ogni significato per Shaheen e per i suoi colleghi, che anzi sembrano addirittura prendersene gioco con pellicole che scherzano sulla condizione della donna nel mondo islamico (donna rigorosamente interpretata dal fiammeggiante e sopra le righe Qurban Ali).
Raccontando un mondo di cui raramente sentiremmo parlare, e oltre a essere un divertente spaccato su un personaggio tutto da scoprire, Nothingwood è una sentita lettera d’amore indirizzata alla settima arte e all’intrattenimento in generale.