Zvyagintsev già nel 2003 a Venezia era riuscito a far infatuare i giurati del suo limpido seppur imberbe talento con Il ritorno, vincendo il Leone d’Oro prima della quaranta primavere. Dopo il pregevolissimo Leviathan invece vira verso lidi francesi, vincendo a Cannes il Premio Speciale della Giuria con il presente Loveless.

Vittima dell’eponima mancanza d’amore è Alyosha, dodicenne figlio di Boris e Genia, coppia in piena crisi che non regge più il matrimonio riparatore. Entrambi hanno un nuovo partner, sono pronti a ricominciare, consapevoli in egual misura di non amarsi, di aver sacrificato più di un decennio della propria vita e di dover ricominciare, separandosi nemmeno senza odiarsi passionalmente, allo stesso modo in cui si disdice un servizio. Così Alyosha non è più nemmeno un figlio, semplicemente una responsabilità che nessuno dei due vuole accollarsi in quanto vestigia del precedente rapporto. Per lui si prospetta solo una possibilità: il collegio e l’accademia militare. Quando lo viene a sapere, la fuga dalla casa familiare diviene la sola risposta.

Meno politico, più intimamente antropologico ma non per questo non rilevante a livello sociale, il nuovo film di Zvyagintsev ha la sua essenza nel lavoro per sottrazione. Si parte infatti da un complicatissimo affresco iniziale che vede padre e madre affaccendarsi febbrilmente in questa ricerca come ci si aspetterebbe dalla famiglia perfetta all’americana, ma progressivamente il tempo in primis e la cinica rigidità della polizia dopo erodono le apparenze; svegliati dal coma vigile in cui agivano come da convenzione dopo l’emergenza, Genia e Boris iniziano ad avere una visione d’insieme. In fondo l’accaduto poi non è forse la soluzione migliore per risolvere tutti i problemi, per cancellare ogni legame, senza nemmeno un cadavere con una lapide a simbolo imperituro? Nessun superamento, bensì solo una rimozione.

Il film quindi si sviluppa come un sondare questa interiorità, duale, perfettamente speculare nonostante il freddo disprezzo reciproco dei due protagonisti, che si scopre coscientemente vuota, minuto dopo minuto marito e moglie con la scomparsa fisica del figlio vedono la connessione tra loro recisa, smessa come un abito, rendendo chiara la loro incapacità non solo comunicativa, ma anche di cogliere in Alyosha un’alterità indipendente da loro stessi. Il figlio è un segno. Genia e Boris affrontano psicologicamente il potentissimo contrasto che vede da una parte calare dall’alto il dovere etico-morale di sentirsi male per l’accaduto e dall’altro la crescente coscienza del fatto di non riuscire a sentire intimamente questo sentimento pur avendo la sensazione di esservi condannati. Loveless è di una brutalità infinita con la sua freddezza strutturale, presente ovviamente anche nell’ambientazione, nella fotografia dai toni azzurri (la cifra registica di Zvyagintsev) e nell’uso che viene fatto di filtri, come finestre, specchi, vetro delle bottiglie, talvolta anche le ombre sono in primo piano mentre a latere si svolge l’azione propriamente detta.

Loveless è un altro film perfetto da parte del nostro, che catalizza in quest’opera il totale smarrimento dell’identità russa, così schiacciata e smarrita dopo il 1989, da rovesciarsi nell’estremo opposto, animato da un individualismo così polarizzato da essere spersonalizzante (si vedano le figure dei volontari, unici superstiti di quello che fu). Anche se chi scrive si trova costretto ad ammettere che non siamo sullo stesso livello di Leviathan – che sul piano d’immagine era totale – comunque non se la sente di collocarlo su un gradino gerarchicamente inferiore, data la durezza con cui colpisce. Premio meritato a Cannes e strameritato anche il (poco) riconoscimento conferito dalla nomination (inutile) agli Academy.