Dopo essersi aggiudicato il Prix du scénario tre anni fa con Leviathan, Andrej Zvjagincev torna a stupire Cannes con Loveless, dramma familiare con protagonista l’abbandono che gli è valso il Premio della Giuria alla 70esima edizione della prestigiosa kermesse.

Il matrimonio di Boris – interpretato da Aleksey Rozin, che dopo i ruoli in Elena (2011) e Leviathan (2014) rivela in questa parte tutto il suo potenziale – e ZhenyaMaryana Spivak – è sul punto di crollare: entrambi hanno già da tempo dei compagni ma resta da dirimere la questione dell’affido del piccolo AlyoshaMatvey Novikov –, che nessuno dei due sembra avere mai amato. Impegnati ognuno con la sua nuova vita, i coniugi a stento si accorgono che il figlio dodicenne è sparito da un paio di giorni: più per pura formalità che per reale preoccupazione, contattano la polizia e un gruppo di volontari per avviare le ricerche, nella speranza di poter completare al più presto le pratiche per il divorzio.

loveless

Il nucleo familiare che questa volta Zvjagincev ci propone sembra non essere mai esistito e lo spettatore stesso è portato a dimenticarsi di Alyosha ben prima che ne sia annunciata la scomparsa. L’attenzione è catalizzata in primo luogo Boris, impiegato presso una compagnia fondata su valori cristiano ortodossi e che con la separazione rischia di perdere il posto: come in Leviathan la religione, benché ridotta a un’ombra di se stessa, continua a far paura e a determinare la sorte degli individui a livello eminentemente materiale. Abbiamo poi Zhenya, la quale crede di poter vivere una seconda adolescenza al fianco di un uomo più anziano di lei, all’insegna di un rapporto che è anzitutto carnale.

loveless

L’assenza delle istituzioni si esplica non solo nel particolare, ma anche a livello statale: le forze dell’ordine non si scompongono davanti al caso di Alyosha e chiariscono da subito la propria limitata capacità d’azione, costringendo marito e moglie a mettersi sulle sue tracce attraversando in auto paesaggi anonimi. La campagna russa, la casa della madre di Zhenya – è stato il suo odio verso la figlia a trasformarla in un mostro anaffettivo? –, gli appartamenti troppo grandi e lussuosi, descritti asetticamente dalla macchina da presa e con freddezza dalla fotografia – reminiscenze di Elena –, sono tutti dei non-luoghi in cui i protagonisti si ostinano a cercare l’amore che non hanno saputo dare ma pretendono di ricevere, cui incarnazione è Alyosha. La ricerca non è dunque un pretesto per il riavvicinamento delle due parti, bensì una corsa contro il tempo quasi feticistica che si concluderà con il ritorno a un surrogato dello status antea: Boris con moglie e figlio – anche questo, pare, non troppo meritevole di attenzioni –, Zhenya con un compagno che della vita sembra averne avuto abbastanza.

Loveless si configura inoltre come uno dei film più parlati del regista, ma nonostante l’abbondanza di dialoghi la critica sociale è qui meno sottile e talvolta persino spicciola: i social network, bersaglio polemico del momento, sono protagonisti di episodi un po’ pretestuosi atti a stigmatizzare la superficialità odierna – basti pensare al piano sequenza del ristorante, in cui un uomo ottiene da una donna, apparentemente fidanzata, il suo numero, per poi spostarsi in una sala dove un gruppo di amiche si mette in posa per un selfie – , soprattutto nella persona di Zhenya, dipendente dallo smartphone.

loveless

A parte questa caduta di stile, Zvjagincev non cede al voyeurismo. Le scene di intimità sessuale sono coerenti con lo sviluppo della trama ed esplicite senza con ciò diventare erotiche: contribuiscono anzi a rinforzare l’impressione di morte interiore dei personaggi, a più riprese messa in bella mostra a differenza della mortebiologica – di Alyosha, segnalata in maniera allusiva nel finale dalla ripresa dell’albero vicino alla scuola, comparso nei primissimi minuti.

Loveless non costituisce insomma la prova più brillante di questo autore e fà registrare un lieve calo rispetto al precedente Leviathan, pur inserendosi coerentemente nella sua filmografia. Anche se gli elementi narrativi e anticlimatici caratteristici ci sono tutti, quello che sembra mancare è la profonda angoscia esistenziale suscitata dalla dialettica tra la realtà – che solitamente si rarefà ai limiti del verisimile – e l’individuo, come se Zvjagincev avesse voluto accordare a Zhenya e Boris il privilegio di non veder collassare definitivamente il proprio mondo.