Vince la 30° edizione di Lovers, il Festival di cinema LGBT di Torino, un film sudafricano drammatico, coraggioso e crudo, che affronta uno dei più pesanti tabù di quella società, complessa e pericolosamente in bilico tra modernità e tradizione.

Per un appartenente all’etnia Xhosa non affrontare il rito dell’iniziazione è come non essere nemmeno un uomo. Ma a quale scopo – chiede Kwanda, il protagonista – un giovane di oggi, abituato a vivere in città, a camminare con belle e comode scarpe e a usare attrezzature tecnologica, dovrebbe trascorrere una assurda settimana nella foresta, scalzo e occupato in anacronistiche attività come spaccare legna e dormire nelle capanne, guardando il proprio e l’altrui pene che si rimargina dopo una circoncisione effettuata senza anestesia?

Kuanda muova un’accusa pesante soprattutto agli uomini che officiano il rito, i cosiddetti “anziani”, che altro non sono che repressi pruriginosi, sessualmente e psicologicamente immaturi. A queste incontrovertibili osservazioni ben poco aggiunge il fatto che Kwanda sia omosessuale. La sua visione della vita e del mondo è comunque ormai irreversibilmente lontana da quella che la tradizione vuole: “Dovrete sempre stare lontani dalle città piene di tentazioni… e dalle donne bianche che incarnano il demonio” dicono i vecchi. Simili raccomandazioni sono vaniloqui folli e paradossali, eppure la popolazione rurale le approva e osserva scrupolosamente. O almeno così pare, dato che l’accettazione pare dettata da ipocrisia e dal sacro terrore di apparire “diversi”.

“Dunque rifiuti le tradizioni e la cultura del tuo popolo?”: questa è l’accusa più pesante, quella che implica rimanere dentro o uscire per sempre dalla società alla quale si appartiene. Ma si può a buon diritto chiamare cultura quella che soffoca e avvilisce la personalità dell’individuo? E si può chiamare tradizione un atto privo di reale sostanza, perpetrato come un incomprensibile mantra?
Tuttavia smascherare tali tabù è un atto di coraggio e di intelligenza, ma anche di ribellione. Una ribellione che non può essere tollerata, così come non è tollerata quando analoghe pratiche vengono inflitte alle ragazze.

Con “The Wound” il regista sudafricano bianco John Trengove mette il dito in una piaga aperta nel suo Paese e in molti altri. L’apprezzamento per questo lavoro, interessante dal punto di vista culturale e artistico, è stato espresso a livello internazionale in varie occasioni, dal Sundance festival a quello di Berlino.