Tutti amano Pablo. Almeno quando, ultimamente, si tratta di narrare le sue gesta. Dalle favelas di Medellín al celebre cartello, Pablo Emilio Escobar Gaviria, nonostante sia stato ucciso 25 anni fa, sembra godere di ottima salute. Ironia della sorte però, persino il padre del narcotraffico moderno, uno dei più spietati assassini della storia recente, rischia l’overdose mediatica.

L’effetto nostalgia per i buoni, vecchi narcotrafficanti di una volta, non sembra infatti esaurirsi. Dopo il successo clamoroso della serie TV targata Netflix Narcos, la corsa a rivisitare la figura di Escobar sembra non subire rallentamenti. E il ruolo controverso, oscuro e terrificante dell’amorevole padre di famiglia responsabile di efferate stragi e maggior esportatore di cocaina negli USA sul finire degli anni ’80, si rivela ambito anche da alcuni pesi massimi – ispanici – dello star system hollywoodiano.

No, anche se non è uno di quei contest tra imitatori di Elvis, ormai il ruolo di Escobar sembra essere tra i più richiesti: era toccato a Benicio del Toro con Escobar: Paradise Lost, ovviamente a Wagner Moura in Narcos e ora anche a Javier Bardem con Loving Pablo.

La versione di Fernando Leòn de Aranoa racconta gli anni escobariani che vanno dalla formazione del Cartello di Medellìn alla fine violenta del narcotrafficante colombiano. Il nuovo sguardo dovrebbe arrivare dalla prospettiva di Virginia Vallejo (Penelope Cruz), giornalista e amante di Escobar.

Il film scorre veloce enumerando, con tanto di didascalie, i momenti salienti della carriera del pàtron colombiano, in una sorta di piccolo Bignami del narcotraffico per principianti. Il Cartello, la “discesa in campo” politico, la deriva terroristica, il braccio di ferro con il governo sull’estradizione, la guerra civile, i sicarios, l’intervento americano, la DEA, la Catedral e la lenta ma inesorabile fuga verso la morte.

La costruzione di Loving Pablo è classicissima e si basa principalmente sulle interpretazioni dei protagonisti, in particolar modo su uno Javier Bardem con protesi addominale e sguardo torbido e cattivo. Per quanto il suo Escobar possa dirsi interessante, è il contesto a rimanere superficiale, preferendo l’azione all’introspezione, l’effetto all’indagine sulle motivazioni interiori.

Per chi segue la serie TV Netflix, Loving Pablo si rivelerà niente più che un buon “nelle puntate precedenti” (considerando che persino molte delle inquadrature di Loving Pablo, oltre a intere scene, ricordano Narcos ai limiti del plagio) in attesa di vedere la terza stagione (in streaming in Italia dal 1 settembre) dedicata al Cartello di Cali.