“Che cosa ci faccio qui?” e “Come ci sono arrivato fin qui?” sono le domande che si pongono i protagonisti del nuovo film scritto e diretto da Luciano Ligabue.
Reggio Emilia. Riko (Stefano Accorsi) lavora da anni in un salumificio, ha una bella moglie, Sara (Kasia Smutniak), cha ha un salone da parrucchiera, e un figlio che in autunno inizierà il DAMS; ma ha anche un affiato gruppo di amici fraterni, ognuno con i suoi problemi, soprattutto il fragile Carnevale (Fausto Maria Sciarappa).

Fin dai primi sguardi, dai primi gesti, soprattutto dal non detto si capisce che i rapporti tra Riko e Sara sono tesi. Stanno insieme da tantissimo tempo e qualcosa si sta sfaldando. Nel frattempo nella ditta dove Riko lavora continuano i licenziamenti; tanto che l’uomo con i suoi amici si reca a Roma per andare a protestare  al grido di “Giù le mani dell’articolo 18”. Un tafferuglio, il corteo che “carica” un blocco di polizia e Riko finisce in ospedale. Sara accorre e finalmente i due iniziano di nuovo a parlarsi, a litigare e comunque a credere in loro come coppia. Ma la crisi bussa inopinatamente alla porta di casa. Riko e Sara dovranno affrontare altre sfide molto dure in un Italia che non bada a loro.

Riko, Sara e i loro amici sono una famiglia che diventa specchio dell’Italia. Sono una piccola patria, cordone ombelicale di gioie e dolori, problemi e amori che corrono lungo lo stivale. Made in Italy è lavoro molto personale dove il regista ha messo dentro le sue esperienze e quelle che il contatto con il suo pubblico gli ha trasmesso. Ligabue ha dato tanto, anche troppo: la crisi economica, il rapporto di coppia, la perdita, il lutto, il lavoro, la depressione, la paternità, la voglia di ricominciare, l’incomprensione, il futuro,…
E non sempre riesce a tenere le redini di questa corposa trama. Dalla sua parte ha però sempre costantemente la bravura del cast, trascinato da due eccellenti Accorsi e Smutniak, regge la non facile trama. Made in Italy trasuda di passione e nostalgia per il Paese attraverso le difficoltà dei personaggi in scena, con la loro voglia di affrontarle di petto; è un’ode alla gente semplice che si rialza e un saluto dolente a chi si è arreso.

“Facendo questo mestiere sono diventato un personaggio pubblico e attraverso la musica ho frequentato tante persone, alcune delle quali sono diventati amici – ha raccontato il regista – Ma gli amici che mi tiro dietro dall’infanzia, quelli sono la realtà che vivo di più. Tra loro ci sono tante persone perbene che non hanno voce, ecco volevo portare un pezzettino della loro storia nel film. Hanno definito Radiofreccia un film generazionale che era la cosa più lontana da quello che avevo in mente ma se qualcuno si identifica meglio così”.