Maria Sardella, La luna in gabbia, Pubgold 2017

Nell’orizzonte attuale della narrativa edita, fra le varianti gestatorie di quell’oggetto oggi polimorfo che chiamiamo ‘libro’, varrebbe forse la pena che lettori e recensori, qualche volta, affinassero la virtù di incursori a sorpresa, con i sensori rivolti a quanto sfugge alle mediatiche presunzioni di dominanza o eccellenza, fra battibecchi e classifiche di vendita dispensatrici dei trend e valori in gioco; e riprendessero a svolgere il ruolo che loro dovrebbe competere di più, e cioè quello di intercettare e segnalare, magari con qualche motivazione non effimera, i rivoli puri di farina che ancora scorrono sotto cumuli tipografici di crusca. Gli indizi per fare piacevoli scoperte ci sono, basta appunto intercettarli. Talvolta, a illuminare le qualità di una buona penna, basterebbe un singolo fotogramma, come ad esempio la descrizione di una vecchia ‘500 che annaspa in salita sulla stradina d’accesso d’un vecchio paese del Sud: “Bianca, con un’ammaccatura sul fanale destro, lasciata ad arrugginire come una ruga sul volto spavaldo di vecchia signora”. Siamo a pag. 11 del romanzo di Maria Sardella La luna in gabbia, appena uscito dai tipi di Pubgold edizioni, terza fatica dell’autrice dopo Così è la vita, amore mio (Altrimedia, 2009) e La musica del mais (Bibliofabbrica, 2013); uno di quei libri cui si augurerebbe di cuore un passaparola virtuoso, in grado di traghettare la sua navicella di carta e i suoi personaggi sotto gli occhi dei lettori meno disattenti. Si tratta di una scrittura densa di colori e ritratti umani penetranti, vero atto d’amore verso l’incubatrice formidabile di storie e caratteri offerta da un vecchio borgo del sud, che significativamente rivive sulla pagina a partire da un toponimo mancato; l’inquadratura di un cartello viario che indica il “Centro”, cui manca però la “C” iniziale “lavata dalle piogge e dal vento”; e sono venti che, ci avverte l’autrice (che vive a Brescia ma è nata a Canosa di Puglia), “come talvolta i sentimenti e le passioni di uomini e donne, andavano e venivano seguendo capricci la cui ragione era inutile indagare”. E in effetti, il libro è proprio un viaggio fra le variabilità e ‘sragioni’ di un microcosmo umano apparentemente spaccato fra passato e presente, ma nel quale in realtà tutto tende lentamente a rimescolarsi; la lente di avvicinamento, dalla pagina, è offerta dagli umori e le vicissitudini di personaggi scolpiti a tutto tondo, con le loro interazioni fatte di angolosità e compromessi continui di cuore e di storia, attorno alla presenza di una figura misteriosa centrale, un ‘viaggiatore’ in grado di infiltrare una tensione quasi subliminale in ogni quadro svolto, sia esso un passaggio introspettivo, un tassello funzionale alla narrazione, o una semplice evocazione della memoria. La scrittura di Sardella non cede a distrazioni allusive, piuttosto conduce il lettore per mano, con precisione millimetrica, in un labirinto di relazioni presenti e concrezioni d’antico, a partire dal lessico; così ci si imbatte nei ‘sottani’, vani abitativi minuscoli sotto il livello stradale comuni nei centri storici del sud, o di voci verbali di efficace realismo rurale, come ‘impaniare’, equivalente dell’italiano e annacquato ‘invischiare’. Il tutto sgranato sotto gli occhi di una terza persona narrante che dimentica volentieri, qua e là, la propria rituale dimensione fuori campo, per rimettersi in gioco quale depositaria diretta di un tracciato autografo di memoria, da cui riavviare il nastro dell’intreccio con un surplus di umanità e disincanto verso ciò che si è perso, o si sta ancora perdendo, nell’accedere impervio odierno a persone e cose, forse, senza più un (C)entro.