Dev’essere particolarmente arduo vivere all’ombra della figura di un padre che ha letteralmente fondato lo stato in cui si vive. È stata questa, fra le altre, la difficile eredità di Jan Masaryk, cui è dedicato questo bio-pic in declinazione psichiatrica.

Jan Masaryk è stato un diplomatico e politico della Cecoslovacchia della prima metà del XX secolo, Stato costituitosi appena dopo la I Guerra Mondiale e dunque sballottato come vaso troppo fragile fra i vari totalitarismi del secolo breve. Ma forse si potrebbe affermare che Jan sia stato soprattutto il figlio di Tomas Masaryk, primo presidente di quel giovane Stato, che nel 1918 aveva appunto portato all’indipendenza e per la prima volta all’autonomia dagli imperi centrali.

Eva Herzigova, Karel Roden – Foto © IN Film Praha

Qui vediamo Jan in uno dei momenti peggiori della sua carriera e della sua esistenza, ovvero all’inizio di quella lunga tragica fase vitale che lo porterà ad una enigmatica fine sul selciato della propria abitazione (si uccise? fu “suicidato” dai sovietici?…). Siamo a un passo dall’inizio del secondo conflitto mondiale e Hitler ormai gioca spudoratamente con un continuo rialzo della posta: dopo aver annesso l’Austria e prima di invadere la Polonia, la sua vittima sacrificale (in due tornate: ottobre ’38 – marzo ’39) è la Cecoslovacchia, non troppo ben ammanicata nella diplomazia europea e dunque sacrificabile sull’altare della Realpolitik. Con il Patto di Monaco Francia ed Inghilterra non tennero fede ai patti e alle promesse di sostenere i cecoslovacchi, abbandonando in pratica il giovane stato nelle grinfie del Fuhrer.

Comprensibile dunque che Masaryk junior, all’epoca ambasciatore in Inghilterra, giocasse un ruolo fondamentale, anche come collega e collaboratore di vecchia data del nuovo presidente, Edvard Benes, ma soprattutto come portatore del glorioso cognome attorno al quale tutta una nazione (in realtà due: cechi e slovacchi…) si sarebbe dovuta compattare.

Dermot Crowley – Foto © IN Film Praha

I materiali umani, storici, psicologici e metaforici per un affresco complesso e profondo di un’epoca tesissima del nostro continente c’erano dunque tutti. Peccato però che questo potenziale sia dissipato e risolto in maniera confusionaria e sovraccarica dal regista Julius Sevcik, che ricordavamo esordire con un adrenalinico Restart nel 2005, ma che in questo specifico caso ci sembra aver fatto il passo più lungo della propria poco talentuosa gamba. Il suo è un tentativo sbilanciato, eterogeneo e appesantito da velleità malgestite, in quello che sembra essere uno scimmiottamento storiografico del plot di Shutter Island: un politico matto (Masaryk soffriva di una forma di schizofrenia e aveva vissuto diverso tempo in istituti di cura) o per lo meno reso squilibrato dal tragico destino del proprio paese, con l’aiuto di uno psicoterapeuta tedesco “buono” (omosessuale fuggiasco dalla Germania) cerca di ricostruire la propria identità andando avanti e indietro nel tempo e lottando con i propri fantasmi e con l’ombra di cotanto padre.

Karel Roden, Paul Nicholas – Foto © IN Film Praha

Purtroppo però, fra improvvide citazioni di Trainspotting (il fratello defunto di Masaryk che si materializza sul soffitto della sua camera di manicomio) e curiosi casting d’occasione (che diamine ci fa Eva Herzigova in una delle scene iniziali di questo pastiche?…) questo Masaryk non è neanche la classica occasione persa, ma un vero e proprio bric-a-brac di analisi politiche affastellate, strane riduzioni esegetiche del personaggio principale (trasformato ora in una sexy beast ora in cocainomane con tendenze suicide) e soprattutto macelleria di sceneggiatura: si perde il conto fra i flash-back e -forward di una trama che forse solo uno storico ceco specialista in diplomazia degli anni Trenta riuscirebbe a comprimere in un flusso narrativo coerente.

Karel Roden – Foto © IN Film Praha

Dispiace che una produzione fastosa e ambiziosa (sulla carta il cast era interessante, si veda soprattutto l’altrove ottimo Karel Roden, qui imbruttito e inquartato in panni non suoi…) e un tema che avrebbe richiesto un rigore di scrittura per lo meno a livelli sindacali da HBO (viene in mente il Burning Bush di Agnieszka Holland) siano stati vanificati da un’esecuzione pomposa come le sale della diplomazia inglese del tempo, ma anche squilibrata come la mente sofferente del povero diplomatico cecoslovacco.

Si spera e si attende che (con ben altri consulenti storici e maggiore asciuttezza registica) qualcuno torni a tematizzare questo interessante e controverso personaggio, soprattutto in merito alla sua tragica ed enigmatica fine, quando nel marzo del 1948 fu trovato morto sotto la finestra del suo appartamento, probabilmente buttato giù dagli sgherri del nuovo regime comunista filo-sovietico cecoslovacco che proprio in quei giorni prendeva il potere in forza di pressioni staliniane ben poco “diplomatiche”.