“Maudie” di Aisling Walsh

Un San Valentino in salsa naif

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Maudie - Foto © Duncan Deyoun

Una donna minuta e fortemente segnata dalla malattia prova a opporsi al destino avverso e a dare comunque sfogo alle proprie velleità artistiche. Con i colori della sua arte proverà a far breccia nel freddo mondo circostante e nel cuore di un uomo.

Molti, troppi, buoni sentimenti, conditi da una musichetta mielosa che al solo ricordarla ci fa salire il tasso di glicemia, quasi che verrebbe da considerare non casuale la scelta di far passare questo film alla Berlinale proprio il 14 febbraio… Non che sia tutto da buttare questo sentimental drama di Aisling Walsh, anzi, esso offre per lo meno un’ulteriore prova della intensità attoriale di Sally Hawkins, della capacità mimetica e della dolcezza con cui ella usa il proprio corpo mingherlino per dar vita a personaggi dall’enorme empatia (ricordiamola anche solo nella sua eclatante prova di La felicità porta fortuna – Happy Go Lucky di Mike Leigh).

E il problema principale non è neanche rappresentato dai classici difetti del film “ispirato alla storia vera”, ché invece qui la verosimiglianza narrativa e le svolte drammatiche sono spiegate con sufficiente autonomia per forza di sceneggiatura; il problema che appesantisce maggiormente questa storia è che non c’è equilibrio fra le varie spinte sentimentali, ed è infatti come se l’acceleratore dei toni compassionevoli fosse insistentemente pigiato al massimo per provocare un’assuefazione e un ammorbidimento strutturale delle fibre ricettive dello spettatore. Come se il pubblico fosse preso per sfinimento, bombardato da sfortune fisiche della protagonista, accanimento dei parenti-serpenti di turno, accompagnamento sonoro ultradolce, grandi totali della fredda e glaciale natura della Nuova Scozia canadese.

Maudie – Foto © Duncan Deyoun

Parliamo infatti di una copropduzione irlandese-canadese, in cui la regista dublinese Aisling Walsh si pone al servizio della celebrazione di una artista folk e naif di quella provincia nevosa, Maud Lewis. Il film è dunque comprensibilmente passato al Festival di Toronto, ma dati il tema, lo svolgimento (soprattutto) e il cast ne parliamo anche sull’onda berlinese perché non riteniamo affatto impossibile poterlo vedere nelle sale italiane.

Un suo mercato di “bocca buona” del resto il film potrebbe averlo, andando a pescare in fasce di pubblico non troppo esigenti, che apprezzeranno (ripetiamo: come è giustissimo che sia) la prova formidabile dell’interprete principale, avranno la curiosità di rivedere Ethan Hawke, ma soprattutto si faranno facilmente prendere dai lacrimoni instillati dalla vicenda patetica: dopo esser stata esautorata da un fratello insensibile e delusa nelle sue aspirazioni personali dalla gelida provincia nord-americana, Maud ha uno scatto d’orgoglio quando prova a rendersi indipendente e a dare piena dignità alla propria esistenza.

La non più giovane minuta donnina decide infatti di cercarsi un piccolo impiego che le permetta di prendere metaforicamente una boccata d’aria dalla propria vita avviata verso una insipida vecchiaia. Quella che si profilava come un’attività part-time, sorta più che altro da un momentaneo ghiribizzo di ripicca e di rivolta (fare le pulizie a casa di uno scorbutico scapolo), si trasformerà però in una svolta esistenziale risolutoria, non priva di asperità e di dolori, ma ad ogni modo consolatoria e in ultima analisi decisamente positiva. Lo scontro fra la dolcezza della donna e le asperità di quello che diventerà suo marito permettono inaspettatamente a Maud di dedicarsi a tempo pieno all’hobby della pittura e di diventare una rinomata pittrice di quadretti popolari d’ispirazione naturale.

Se all’interno di questa impostazione fortemente marcata e necessariamente semplificatoria volessimo specificare alcuni aspetti tecnici, si potrà notare la discrepanza fra una Hawkins che veste quasi come una seconda pelle la personalità e il fisico minuto della piccola e adorabile pittrice Maud, e un Ethan Hawke che non convince del tutto con la sua parte del burbero pescatore ignorante. Forse il personaggio limitava per default la gamma interpretativa, ma la sua impersonificazione sembra comunque non essere particolarmente espressiva, e servire più che altro da sfondo negativo per le ottime doti della sua controparte femminile. Quanto alla fotografia, vengono messi adeguatamente in risalto sia i grandi totali di campi innevati che gli asfittici interni della casupola della coppia, anche se una certa tendenza al cartolinismo non fa che appesantire l’opera. Che invece viene affossata dalla ridondante colonna sonora e da una sceneggiatura priva di particolari svolte drammaturgiche.

Insomma, in mani più coraggiose, la storia di questa piccola eroina di caparbietà e coraggio e la sua casetta dipinta di animali e uccellini sarebbero potute diventare un affresco più vicino agli estremi esistenziali di un Antonio Ligabue, o per lo meno (qualora il precedente paragone sembrasse avventato) a un altro simile bio-pic su un’artista segnata fisicamente, My Nikifor (2004), del polacco Krzysztof Krauze. Invece Maudie rimane un’ottima intepretazione femminile circondata da lacrime e sviolinate.