Presentato in anteprima mondiale al Festival del Cinema di Roma, Mazinga Z – Infinity di Junji Shimizu celebra i 45 anni del primogenito di Gō Nagai nel duplice intento di premiare gli affezionati e conquistare i giovanissimi con una buona dose di effetti speciali, collocandosi tra il reboot e l’omaggio imbottito di fanservice.

Sono passati ormai dieci anni dalla sconfitta dell’Impero di Micene: i mostri meccanici sono un ricordo del passato e l’energia fotoatomica che alimentava Mazinga Z e il Grande Mazinga – rimasti a prender polvere nella sala di un museo – è ora utilizzata per soddisfare il fabbisogno mondiale. Il grande Koji Kabuto, riciclatosi come scienziato, è convocato al centro di ricerca del Monte Fuji per ispezionare un mecha di proporzioni mai viste – il Mazinga Infinity del titolo – la cui chiave d’attivazione è un androide dalle fattezze femminili, da Koji battezzata Lisa. Nemmeno il tempo di una rimpatriata con Sayaka, Testuya e Jun che il centro viene attaccato dall’armata del Dottor Inferno, il quale riesce a impossessarsi del nuovo robot e forzare la chiave d’accesso, tenendo sotto scacco l’umanità. Starà nuovamente a Koji evitare il peggio, chiamando a raccolta gli amici di sempre per sconfiggere i nemici tornati in vita.

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Un diverbio tra Sayaka e Lisa

Primo lungometraggio dedicato al robottone e prodotto dalla Toei, Mazinga Z – Infinity mostra i muscoli già in apertura con la spettacolare scena dell’attacco a una centrale energetica in Texas, sciorinando tutte le mosse più conosciute, dai pugni-razzo alla scure-fotonica, la cui resa sul grande schermo è corroborata dall’impiego della CGI, indispensabile per catturare l’attenzione delle nuove generazioni ma che non manca di far storcere il naso ai fan di lunga data, abituati a un’animazione più ingenua ma forse proprio per questo più fruibile.

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Il film cerca in diversi punti di recuperare il favore proprio di questi ultimi facendo leva sulla nostalgia, a partire dalla opening eseguita da Ichiro Mizuki: in questo revival ci sono tutti, buoni e cattivi, ma il quadro generale è abbastanza desolante. Senza una ragione per combattere, i piloti di mecha si sono dovuti reinventare: Boss, Nuke e Mucha hanno aperto un chiosco di ramen, i proff. Nossori, Morimori e Sewashi non si capisce bene che fine abbiano fatto – ma alla fine compariranno in laboratorio pronti a rimettere in funzione i robot – , mentre Testuya e Jun stanno per mettere su famiglia e anche Sayaka sembra aspettarsi lo stesso da Koji.

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Il redivivo Conte Blocken

Il nostro eroe è invece insofferente a questa sorta di imborghesimento e sembra persino sollevato alla notizia che Infinity è finito nelle mani del Dottor Inferno e che dunque dovrà ripetere in un rush la sua epopea, sconfiggendo nuovamente il Barone Ashura, il Conte Blocken e la turba di mikenes non caratterizzati. La questione etica è ancora quella. «Chi pilota Mazinga può essere un dio o un demone», riecheggiano le parole del nonno, ma stavolta l’obiettivo del Dottor Inferno non è la conquista del mondo, bensì la distruzione dell’universo per plasmarne uno nuovo. Ovviamente ciò non accadrà, e grazie a un espediente à la Dragon Ball il protagonista accumulerà l’energia sufficiente a vibrare il colpo fatale. Ma sul piano morale il Dottor Inferno vince: egli coglie nel segno quando, in occasione dello scontro finale, mette a nudo l’ipocrisia di Koji, che tanto ha lottato per la pace per scoprire che quello che desiderava davvero era uccidere. In uno scenario in cui i personaggi positivi hanno perso la loro verve nagaiana  il carattere ribelle, l’umorismo demenziale, il velato erotismo, riscopribili giusto in un paio di sequenze con Boss – , ci si ritrova paradossalmente a tifare per il cattivo, poiché animato da una sincera adesione ai propri disvalori, rimasti genuinamente eversivi come un tempo, anzi forse ancor più di prima.

Mazinga Z infnity

Il nucleo ideologico della serie originale ne risulta pertanto intaccato, e nonostante il piacevolissimo stimolo visuale, a proiezione conclusa si è colti da una vaga amarezza. Le nozze con Sayaka sono pianificate, i Mazinga riportati in cantina, gli avversari sconfitti senza possibilità di ritorno. Nel complesso, un’opera godibile e da vedere anche solo per constatare gli enormi passi avanti compiuti con le animazioni, ma che mette la parola fine all’età degli eroi di Gō Nagai.