Meraviglie d’organo a Quarto d’Altino, fra Rinascimento e Romanticismo

Sarebbe interessante fare un sondaggio sull’aspettativa emozionale, prima che estetica, associata dai più all’espressione “Concerto d’organo”; la compresenza dell’elemento devozionale, connaturato ai luoghi di culto in cui lo strumento ha conosciuto buona parte della sua storia negli ultimi sei secoli, marca forse l’immaginario comune di un “piacere” d’ascolto subordinato ad altro, anzi ad Altro; e proprio a esorcizzare questo surplus di ceri e incenso hanno preso forma, negli ultimi tempi, frequenti tentativi di laicizzazione dell’offerta, con l’accostamento in cantoria di strumenti complementari ad arco e a fiato, violini flauti oboi trombe ecc., alle prese con le più svariate trascrizioni ad hoc. Così, un concerto d’organo che proponga integralmente all’ascolto le esclusive virtù di quello che un tempo si chiamava “re degli strumenti”, ora forse declassato a nobile un po’ in bolletta, non è cosa frequente, specialmente nel Veneto; dove in effetti, se nasce qualche iniziativa in tal senso, resta spesso sottotraccia e per pochi “addetti ai lavori”, o alle celebrazioni liturgiche del caso. A quanti importa che nella Chiesa di San Michele Arcangelo a Quarto d’Altino, a dieci minuti da Mestre, sia stato appena rimesso a nuovo uno strumento magnifico, costruito dall’organaro Beniamino Zanin nel lontano 1908, ritrovando uno splendore sonoro d’altri tempi? Immaginiamo non molti. Eppure sabato 21 ottobre, per iniziativa della locale parrocchia e con il contributo organizzativo dell’organista veneziano Gian Andrea Pauletta, è stato allestito un concerto che come al solito avrebbe meritato un pubblico ben più nutrito, con un programma da vera enciclopedia della musica d’organo, dal ‘500 al tardo ‘800; un vero test per la brillantezza sonora di uno strumento che si inquadra, fatto raro rispetto alle tendenze costruttive dell’epoca, in quel moto primonovecentesco di rinascita neobarocca che si opponeva al sinfonismo organistico francese, e che oltralpe avrebbe ispirato l’artigianato di compositori come Paul Hindemith, Franz Schmidt, Adolf Busch. L’organo, a trasmissione meccanica e registri elettrici, è incassato nell’altare maggiore della chiesa con grande beneficio dell’acustica, in equilibrio fra morbidezza del riverbero e nitidezza delle voci nel contrappunto; un’anima sonora che diremmo bachiana, vigorosamente supportata da un’intonazione stabile in tutta la gamma dinamica, merito anche di un recente ritocco al rialzo della pressione del mantice, come ci rivela lo stesso Pauletta. Deus ex machina dell’occasione, l’organista di fama internazionale Domenico Severin, attualmente titolare dell’organo della Cattedrale di Meaux (Francia), con un programma di grande estensione di stili e varietà sonora; il tocco di Severin ci sembra prediliga la lucentezza polifonica dell’idioma organistico cinquecentesco, con Andrea e Giovanni Gabrieli a traghettare dagli sfondi policorali di San Marco una magnificenza strumentale emancipata dal richiamo del testo e aperta al futuro; mentre la sontuosità armonica tutta romantica di Alexander Boely riceve, in apertura di concerto, un trattamento un po’ diseguale, con la sua Fantasia in si bemolle maggiore (riscoperta da Marie-Claire Alain in una memorabile incisione Erato degli anni ‘80) che fatica un poco a trovare la bussola ritmica delle sue sezioni contrapposte, compensata però da una coerente ed implacabile “stretta” di voci del fugato centrale, ove Severin centra pienamente il climax della composizione. E il capolavoro bachiano offerto in chiusura, quel Preludio e Fuga in la minore BWV 543 che sembra scavalcare i secoli e bussare alle porte dell’Ottocento avanzato, con una carica drammatica destinata a farsi largo nelle trascrizioni per pianoforte di Franz Liszt e Max Reger, riserva sotto le dita di Severin qualche sorpresa degna di nota; in primo luogo il tempo adottato per la fuga, velocissimo, quasi dimezzato rispetto a incisioni di riferimento, ad esempio quella storica di Karl Richter (rimasterizzata qualche anno fa da Deutsche Grammophon); infine la tendenza ad isolare “sezioni espressive” omogenee, con qualche cesura estranea alla partitura al fine di “riprendere fiato” e rilanciare il discorso, quasi un segnaposto espressivo di ordine retorico chiamato a umanizzare ulteriormente il dettato musicale. Un concerto di gran pregio, che speriamo possa farsi “battistrada” per ulteriori occasioni d’ascolto di uno strumento davvero con pochi eguali nel circondario.