Michele Mari, Leggenda privata, Einaudi 2017

La vicenda letteraria di Michele Mari, riannodando i fili della sua produzione attraverso i decenni, rappresenta una specie di unicum; in tempi in cui schiere di editor raccomandano a schiere di scrittori, anche ai piani alti della notorietà nazionale, il dogma della semplificazione lessicale e sintattica quale condizione imprescindibile per arrivare al pubblico, l’avventura editoriale di un autore ormai di culto, che ha legato la propria fama a uno stile personalissimo e ipercolto, denso di arcaismi e snodi ipotattici, intuizioni analogiche spiazzanti e continue citazioni metaletterarie, presenta un’anomalia di un certo peso; specie se il rapporto con la pratica letteraria non mira affatto, nel caso di Mari, a forgiare un clichè stilistico univoco e riconoscibile, piuttosto assume la lingua come materia viva cui applicare la perizia combinatoria di un artigiano, depositario di ogni suo segreto molecolare e modello di trattamento, o destrutturazione, ereditati dalla migliore tradizione letteraria. Tanto da permettersi di poter passare con disinvoltura dal registro apparentemente ‘leggero’ e seducente che accompagna le intricate peripezie di Roderick Duddle (Einaudi, 2014, finalista del Premio Campiello), alla prosa aulica del suo ultimo romanzo, Leggenda privata (Einaudi, 2017). In Leggenda privata Mari torna a rivisitare tempi e luoghi d’infanzia, portando a un punto di “non ritorno” il leitmotiv di un lungo percorso di attraversamento autobiografico, diremmo quasi autobiologico; che nell’autore coincide, fin dai tempi dei racconti di Euridice aveva un cane (Bompiani 1993), con lo scrupoloso allestimento di un paese delle meraviglie a rovescio, còlto nel controluce di un incardinamento spaventoso del rapporto io-mondo; zona scomoda dell’autocoscienza, ove un filtro letterario raffinatissimo mette in scena una narrazione refrattaria a piane intonazioni nostalgiche, nella quale cuore e logos ricostruiscono e rivivono ogni dettaglio d’infanzia in un nitore cristallino, come fosse il correlativo oggettivo di un misterioso campionario poetico fuori scala; luogo instabile, sospeso fra memoria e reinvenzione, nel quale una sorta di fanciullo ipercosciente dà sostanza logica ai propri fantasmi non per esorcizzarli, semmai per riattizzarli oggi alla ricerca retrograda di un senso, umanamente dischiuso ai metafisici incerti dell’essere e dell’esserci; rispetto a cui ogni rimozione varrebbe, in fondo, una mutilazione. Il punto di non ritorno, in Leggenda privata, è dato forse da una mutazione irreversibile di prospettiva; se il formidabile contrappunto fra ebollizione psichica del vissuto/ricordo e rappresentazione letteraria aveva prodotto, fino ad oggi, spunti per intuizioni narrative folgoranti nel racconto breve (si pensi a Euridice aveva un cane, o al recente Fantasmagonia, Einaudi 2012), o suggerito materia di trasfigurazioni più ampie nella fiction romanzesca (come in Io venia pien d’angoscia a rimirarti, Longanesi 1990, o in Verderame, Einaudi 2007), qui l’urgenza sembra quella di prendere di petto una volta per tutte la questione dell’autobiografia, saldando i conti in modo sistematico con mandanti ed esecutori della sostanza umana e “fantasmagonica” di Mari Michele, figlio della famosa illustratrice per l’Infanzia Iela Mari e del famoso re del design Enzo Mari, o del loro”amplesso abominevole” su un tavolo di carpenteria, come apprendiamo dal testo; e nel far questo, o per rendere tutto ciò dicibile, l’autore decide di far convergere e ricombinare due strumenti ampiamente già utilizzati in quei due contesti, e cioè da un lato, nel romanzo, l’elaborazione fantastica di una struttura narrativa di sapore gotico, in grado di riassorbire gli urti in un variopinto involucro allegorico; dall’altro, nel racconto breve, il dosaggio scrupoloso e variabile dei marcatori di stile nel testo, come un pattern formale che qualifica di volta in volta distanza e aderenza alla magmaticità tutta privata dei contenuti. Così, invertendo almeno nella forma il rapporto fra demoni e impulso scrittorio evocato da Fantasmagonia, dove il titolo composto sostanziava le virtù naturali della scrittura nel fecondare i propri fantasmi (‘pasta sfoglia’ per cucinare e dar corpo a demoni e vertigini, come l’autore ben argomenta nel saggio I demoni e la pasta sfoglia, Il Saggiatore 2016 [1]), Mari rovescia ed elegge fin dall’inizio i propri fantasmi a committenti espliciti della propria scrittura, li nomina uno per uno e li organizza in due Accademie concorrenti di ripugnanti creature domestiche, offrendo un pre-testo allegorico perfettamente coerente alla sua poetica; e d’altra parte torna a calcare la mano su un registro formale fitto di arcaismi e tensioni ipotattiche, specie nella parte iniziale. Il risultato è un viaggio a ritroso che, pagato il predetto pegno letterario alla narrabilità di una materia incandescente, prende di petto l’attraversamento di nodi privati personalissimi, ricorrendo perfino a didascalie esplicative giustapposte ad un album di foto d’infanzia; anche qui, alla maniera di Mari, struttura narrativa, significanti e significati rappresentano elementi dinamici di un contrappunto vitalissimo fra rasocielo e rasoterra, cristallo e detrito, a dosaggio sempre variabile. E Mari stesso gioca da par suo con la modulazione dei registri a disposizione, fra commedia e horror puro, cavandone talvolta effetti irresistibili; specie nella resa dei conti del rapporto col padre, nucleo semantico germinativo dell’intera opera. Leggenda privata è un libro geniale, che conferma un mandato comune all’intera sua produzione: quello di fare del lettore il compagno di viaggio in un’ardita, talvolta complessa, sempre stupefacente avventura dell’intelligenza

 

[1]”Céline, Gadda, Gombrowicz, Kafka, Borges, Conrad, Canetti, Manganelli, Perutz, Melville, Landolfi, Maupassant: molti dei nostri scrittori prediletti sono degli ossessi. […] è proprio scrivendo che essi finiscono di consegnarsi inermi agli artigli dei demoni che li signoreggiano, finché, posseduti, essi diventano quegli stessi demoni.” (dalla prefazione dell’autore in Michele Mari, I demoni e la pasta sfoglia, Il Saggiatore 2017).