Miklos Jancsò: al Bergamo Film Meeting un’importante retrospettiva

Un’interessante occasione per recuperare la filmografia del regista ungherese

Miklos Jancsò è un autore significativo, un cineasta ungherese che è sempre molto citato e ricordato nella storia del cinema, già negli anni Sessanta quando conquistò la notorietà internazionale con una trilogia sui momenti fondamentali della storia ungherese che definisce il suo stile personale.

Ridotta ai minimi l’importanza del contesto storico ed eliminata la complessità psicologica dei personaggi, Jancsó mette in scena complesse riflessioni sul potere, la repressione e l’intercambiabilità dei ruoli di vittima e carnefice. Distaccandosi dai moduli naturalistici più convenzionali, il suo stile si fa progressivamente più stilizzato, con scene di massa organizzate in rigorosi moduli geometrici e filmate con lunghi piani sequenza.

E queste citazioni dei film di Jancsò nei libri di storia del cinema hanno trovato la possibilità, da parte di cinefili e di appassionati, proprio al Bergamo Film Meeting di essere viste sul grande schermo grazie alla ricca retrospettiva che è stata presentata, in collaborazione con MaNDA – Magyar Nemzeti Digitális Archívum és Filmintézet, in occasione del restauro digitale di molte opere del regista. Questa opportunità di vedere o di rivedere l’intera opera di Miklos Jancsò, (anche con i lavori documentaristici che sono delle chicche davvero difficili da vedere in giro) è stata una scelta azzeccata per riscoprire un autore che ha contribuito a rinnovare il linguaggio cinematografico e ha portato elementi innovativi anche nella riflessione sulla Storia, partendo dagli accadimenti avvenuti nel proprio Paese durante i secoli scorsi, ma in realtà guardando al presente e captando i cambiamenti che sarebbero avvenuti successivamente.

Si parlava in precedenza della trilogia sulla storia ungherese degli anni Sessanta: I disperati di Sandor (1964), L’armata a cavallo (1967) e Silenzio e grido (1968), sono opere (specialmente le prime due) che hanno lasciato un segno, sia per la cifra stilistica e il rigore sia per l’approccio di affrontare la Storia, quella con la esse maiuscola. Da ricordare poi che nel 1969 Jancsò conosce la giornalista e sceneggiatrice italiana Giovanna Gagliardo che diventerà sua collaboratrice e compagna da vita e così girerà alcuni film in Italia da La pacifista (1971) al controverso Vizi privati, pubbliche virtù (1976).

Tra gli altri titoli significativi presentati a Bergamo sono da citare Scirocco d’inverno (1969) un film di coproduzione franco-ungherese (con Marina Vlady) dove il protagonista alla fine viene sacrificato dagli ustascia per l’interesse ungherese di tenere in vita l’organizzazione, sul suo cadavere gli ustascia giurano che la sua memoria possa sostenerli nell’attentato del 1934 contro il re Alessandro I di Jugoslavia. Poi Salmo rosso (1973) in cui una rivolta contadina si carica di significati universali mediante un articolato apparato simbolico che porta nella direzione di una messa in scena più complessa, anche con simbolismi, danze e canti.

La fine degli anni Settanta si chiude con una sorta di trilogia “incompleta” dal titolo “Vitam et sanguinem”, che avrebbe dovuto raccontare la storia dell’Ungheria dal 1911 al 1945 attraverso le vicende di due fratelli, figli di un proprietario terriero e ufficiali dell’esercito. I primi due film, Rapsodia ungherese (1979) e Allegro barbaro (1979), vengono presentati al Festival di Cannes; la terza parte, Concerto, non viene realizzata.

Nel 1990 viene assegnato a Jancsò il Leone d’oro alla carriera al Festival di Venezia, mentre il regista ungherese morirà due anni fa all’età di 92 anni.

A Bergamo sono stati proiettati anche una decina di suoi documentari, dai primissimi, all’inizio degli anni Cinquanta fino a quello del 1997 che parla della Piazza degli Eroi di Budapest raccontando la storia ungherese del XX secolo attraverso gli eventi che sono succeduti in questa piazza nelle varie epoche.

Tra i documentari presentati merita una citazione A 8. Szabad május 1 (1952) ovvero L’ottavo 1° maggio libero, la cronaca, attenta e circostanziata, delle celebrazioni del 1° maggio dove il regista fa vedere, in maniera sintetica ma efficace, come il popolo di Budapest festeggia la ricorrenza più importante della classe operaia.