Dopo lo straordinario successo della prima stagione, USA Network, che aveva confermato la serie appena dopo la messa in onda dell’episodio pilota, rilascia la seconda parte di Mr. Robot a luglio, ancora nel palinsesto estivo, cercando la consacrazione definitiva della serie.

Appare dunque chiaro che il prodotto di Sam Esmail, da rivelazione globale 2015, si avvicinava quest’anno alla più difficile delle conferme: dopo una stagione complessa, che giocava sull’essere un Fight Club degli anni del dominio informatico, ma che ha visto i suoi misteri dipanarsi nell’anticlimatico ma sorprendente finale di stagione, non v’è dubbio che tutti attendessero la seconda stagione interrogandosi sul futuro della figura paterna di Elliot (l’eponimo Mr. Robot di cui è stata rivelata la natura) e soprattutto di Tyrell Wellick, sparito improvvisamente in eps1.9_zer0-day.avi.

Mentre aspettiamo la terza stagione, già confermata per l’estate 2017, vi offriamo un breve recap della situazione a cavallo tra conclusione della prima e l’inizio della seconda, e una recensione spoiler-free di quest’ultima.

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Il plot

Un mese dopo gli eventi della prima stagione, Elliot ha cambiato vita, ora vive fuori città con la madre, mantenendo una routine ripetitiva nel tentativo di indebolire l’influenza di Mr. Robot, il quale gli appare continuamente e lo tormenta, pur rifiutando di dirgli ciò che è successo a Tyrell e in generale al mondo nello 0-day. La Fsociety continua ad agire sotto la guida nervosa di Darlene, che hackera la smart-house di un importante avvocato della E-Corp, utilizzandola come punto d’appoggio, non risparmiando nel frattempo colpi all’azienda, costringendo Scott Knowls, ancora distrutto dalla morte della moglie, a bruciare 6 milioni di dollari in pubblico.

Questo nel main-plot, ma nel frattempo vengono riprese anche le sotto-trame delle comprimarie Joanna e Angela. La prima non si capacita del suo status di ostracizzata sociale dopo la sparizione del marito, fatto che assieme ad altre prove ha spinto l’FBI a considerarlo fortemente implicato nella vicenda, mentre la seconda ha abbandonato ogni scrupolo morale e, facendo carriera piuttosto in fretta alla E-Corp, decide di far cadere la causa contro la società.

L’FBI ha iniziato a indagare sulla Fsociety e si avvicina pericolosamente al nucleo pensante del gruppo hacker dopo la morte di Romero, che spaventa sia Trenton che Mobley, aumentando il nervosismo di Darlene che ora viene supportata soltanto dall’ex-fidanzato Cisco. L’agente Dominique Di Pierro (nuovo personaggio interpretato da Grace Gummer) inoltre insiste nel coinvolgimento del Dark Army tanto da guadagnare un incontro con il governo cinese, di cui Whiterose è il Ministro della Difesa.

La serie

La prima stagione aveva fatto breccia nel pubblico, ostentando una perfetta sintesi tra capacità narrativa e lato tecnico, pur lasciando intravedere qualche problema, come dieci episodi troppo Elliot-centrici, cosa che andava a scapito dei personaggi comprimari caratterizzati e approfonditi il minimo indispensabile. Se da un lato però abbiamo visto Sam Esmail recuperare in questo senso, ridefinendo il ruolo di Angela e focalizzandosi sulla psicologia di personaggi come Darlene, Mobley o Trenton, dall’altro Mr. Robot è rimasto fermo alla scorsa stagione, perché, da un punto di vista sostanziale, sul piano narrativo è successo poco o nulla.

Mi spiego meglio: la serie, senza avanzare sul piano narrativo, non ha aggirato una delle critiche che l’anno scorso potevano essere a essa indirizzate, ma si è mossa nella direzione esattamente opposta a quella in cui doveva dirigersi. Se dopo una stagione che si reggeva sul nucleo del thriller psicologico, ciò che – a ragione – il pubblico aspettava era una svolta sul piano delle semplici storyline. Ma Esmail (si parla di lui direttamente in quanto regista di tutti gli episodi di questa annata) ha preferito non rinunciare alla formula che gli aveva fruttato tanto successo, andando così a ledere il prodotto nel suo percorso.

Mr. Robot funziona così a continuare benissimo negli aspetti microscopici (virtuosismi, sottotesti, riferimenti) ma sembra aver perso brillantezza dal punto di vista della qualità generale. Alcune idee continuano a essere azzeccate e geniali, oltre che coraggiose. Si veda ad esempio l’episodio eps2.4_m4ster-s1ave.aes, che per i primi quindici-venti minuti circa si rivela essere la parodia in chiave sitcom anni ’90 del fulcro di Mr. Robot e del suo modo di giocare con lo spettatore. Una scelta meta-televisiva a dir poco temeraria, il cui impatto tende però a scemare durante la seconda metà dello stesso episodio, povero di contenuti effettivi.

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La ripetitività e le continue strizzate d’occhio dunque hanno solo abbassato il livello ottimo stabilito dalla prima stagione, ma bisogna dire che Mr. Robot continua a destare un certo interesse. È vero che le storyline sono avanzate poco nonostante due episodi in più, ma soprattutto quelle dei personaggi minori hanno rivelato una sapiente gestione, Angela e Joanna in primis, ma anche Darlene e Knowls; tuttavia le stesse sono andate incontro all’inevitabile collasso per via dell’eccessivo dilungarsi della serie.

Ecco, se vogliamo individuare un pater vitiorum dei numerosi problemi della seconda stagione della serie di USA Network è proprio la lunghezza. Non servivano due episodi in più, bensì due in meno, per evitare una rarefazione del già poco contenuto, che è stato per necessità “spalmato” uccidendo la continuità della stagione; basti pensare alla risoluzione del primo arco narrativo di Elliot, che ha spazzato via quasi interamente una storyline di sei episodi con il vecchio trucco (e nella serie già abusato) dell’illusione.

Ma l’elemento che ha permesso a questa seconda annata di mantenersi a galla è stato il lato tecnico. Senza sosta Esmail, ogniqualvolta ne ha l’occasione ne approfitta, per spiazzare lo spettatore con virtuosismi registici, simulazione di effetti digitali (interferenze, etc.) applicandoli al mondo reale. E se non colpisce il pubblico con quello ci sarà sempre un flashback catartico o un cold opening di pregevole fattura (come quello in stile sit-com) a ricordarci cosa stiamo guardando. Allo stesso modo la direzione degli attori mostra concreti miglioramenti rispetto all’anno passato: Portia Doubleday mantiene una certa mono-espressività ma non sembra più così fuori luogo, e anche Martin Wallström è più fluido.

Lo spazio registico garantito dalla follia insistita di Elliot (di cui ormai iniziamo però a stufarci), sembra aver fornito un’ancora di salvezza in extremis a Esmail

Cosa aspettarsi dalla terza stagione

Non è difficile quindi capire come la seconda stagione di Mr. Robot non sia riuscita a stare al passo con la prima, deludendo molte aspettative e anche l’atmosfera generale della serie stessa. Se da una parte Esmail ha tappato i buchi lasciati con la stagione pilota, approfondendo i personaggi secondari e rimpinguando l’organico degli stessi (ben venga la promozione a regular di Michael Cristofer/Phillip Price), dall’altra ha preferito insistere su territori già battuti piuttosto che rischiare narrativamente. Tanto che non ne ha risentito non soltanto il ritmo, ma anche la sceneggiatura. I dialoghi non sono più così brillanti e le scene madri sconfinano nell’ingenuità: il monologo di Elliot sulla religione è pretestuoso e gli scontri con Mr. Robot/Christian Slater non hanno più nulla da dire.

Tuttavia la tradizione che vede l’uscita di un solo episodio a settimana (USA Network rimane un Tv generalista, dopotutto) ne smorza i difetti, permettendo una fruizione dell’episodio nel complesso tranquilla, perché dubbi e curiosità bisogna ammettere che rimangono; inoltre il season finale è meglio calibrato rispetto al precedente, seppur più posato.

In conclusione, quello che serve alla terza stagione di Mr. Robot è la voglia di rischiare, la capacità di non deludere le grandi aspettative createsi dopo aver visto la quantità di plot-twist della prima stagione, che facevano presagire grandi cose. Non ha senso sparare tutte le cartucce subito per andare avanti a fatica dopo, è una lezione che Boardwalk empire e Dexter hanno (con dispiacere di molti) insegnato bene. Nonostante la mezza delusione di questa seconda stagione, ci sono le ragioni per aspettare comunque fiduciosi la prossima, perché le carte in regola per distinguersi nuovamente, Esmail le ha.