Si conclude giovedì 14 dicembre con la messa in onda dell’ultimo episodio la terza annata dell’acclamato prodotto USA Network, Mr. Robot, e NonSoloCinema, implacabile come sempre, propone uno sguardo sulla stagione nel suo complesso per provare a fare il punto della situazione, esattamente come per i due cicli precedenti.

Il plot

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Mr. Robot riprende esattamente dove l’avevamo lasciata, ovverosia con Elliot con un proiettile nello stomaco, Tyrell in piena crisi isterica con annesso crollo del complesso di Dio, Darlene nelle vesti di un’informatrice per i federali, Whiterose che sta completando la Fase 2 dopo aver plagiato Angela e Price sull’orlo del baratro. Venendo al dunque, il più grosso cambiamento rispetto alla scorsa stagione è la risoluzione totale del conflitto interno del nostro protagonista in una schizofrenia bipartita e delineata: da una parte Elliot, pentitosi dopo l’attacco del 5/9 e desideroso di cambiare le cose, e dall’altra Mr. Robot, pronto a tutto pur di concludere la faccenda. In questo modo non solo si chiude la faccenda reale/non reale con un espediente semplice e anche un po’ rozzo, ma finalmente Esmail si libera degli strascichi oramai inutili della prima stagione sul suo personaggio di riferimento. Due persone con volontà opposte in un solo corpo, niente di nuovo. Così inoltre Elliot è sempre il primo nemico di se stesso ma ora si gioca a carte scoperte, senza inutili perdite di tempo.

Quello che poi però è il fatto della stagione è la conclusione della Fase 2, cioè la distruzione dei documenti cartacei di recovery per la E-Corp (ora che il mondo di Elliot è esattamente il nostro, le astrazioni mentali del tipo “Evil-Corp” cessano di esistere). Il punto è che succede a metà stagione, mentre nei precedenti cinque episodi, analogamente a quanto accaduta nella stagione precedente, non succede nulla di nulla; è diverso solo il velo (pietoso) che viene steso sopra: il gioco mentale l’anno scorso, un intimismo rabberciato questo. Dopo questo scatto, francamente, di nuovo una picchiata, qualitativamente parlando. Con Angela e Price ridotti a macchiette in funzione di una singola svolta narrativa e una Darlene totalmente fuori ruolo, questa stagione, al di là di tutto, è una curva gaussiana vista al contrario.

La serie

Ma a questo punto andiamo con ordine anche noi, riprendiamoci dove ci eravamo lasciati. Chi scrive s’era lanciato in due mezze previsioni. La prima, il piano di Whiterose riguarda il tempo, portando a termine una sorta di hackeraggio di ciò che stabilisce, uniformandolo, il tempo terrestre, condannando l’umanità a un nuovo inizio. E qui è palese che abbiamo indovinato. La seconda, che Sam Esmail s’era fatto prendere dalla foga dell’autore della domenica con la sciarpetta e che, dopo gli sbandamenti della seconda annata, avrebbe rimesso tutto in carreggiata con pugnace pragmatismo perché le premesse per fare qualcosa di significativo c’erano tutte. E qui pazienza, abbiamo sbagliato su tutta la linea, confidando che il creatore di Mr. Robot si fosse giocato l’allin con qualcosa in mano. Invece era tutto uno spudoratissimo bluff, perché questa terza stagione si esaurisce nella seconda metà del quinto episodio e nella prima del successivo, coronando il tutto con un finalino da rassegnazione.

Come s’accennava prima, una delle cifre di questa stagione è la svolta intimistica, che tenta di revitalizzare in altra salsa lo storytelling della serie (tentativo di per sé non disprezzabile) pur di riempire il vuoto lasciato da quella dinamica oscillatoria che metteva le sinapsi del nostro protagonista a filtrare tutto, prima di metterlo in scena. Il punto è che Malek è l’unico il cui alter ego è stato caratterizzato decentemente, e il suo personaggio infatti regge. Darlene no, affatto: il suo rapporto con l’agente FBI DiPierro è ridicolo, quasi da soap (la federale poi rimane una delle singolarità più buie di tutta la serie, la sua interpretazione rigida e atona è sempre scentrata, anche peggio della scorsa annata), per non parlare poi di Angela – error 404: character not found, giusto per stare in tema – o dei comprimari di E-Corp e Dark Army. Price aveva pure senso d’essere, ma è stato completamente smontato pezzo per pezzo, così Grant, che dovrebbe essere il vice di Whiterose ed è invece carismatico quanto un orsetto lavatore. Chiude le fila di un’incapacità di scrittura sistematica Irving, un Bobby Cannavale nel ruolo del fixer/infiltrato/deus-ex-machina/coltellino-svizzero-narrativo: in mancanza d’altre idee, ecco un personaggetto simil-tarantiniano che funge pure da linea comico-grottesca, voilà che capolavoro. Le basi per parlare di esistenzialismo – e derivati più popolari – Esmail le ha lasciate nell’altra chiavetta.

E se questa mala gestione dell’intimità permea in modo soffocante la prima metà della serie, il risveglio effettivo avviene a metà stagione: dicevamo già l’anno scorso quanto Mr. Robot fosse migliorato nel micro focalizzandocisi troppo poi fino a impaludarsi nel macro, e quest’anno Esmail persevera incaponito più che mai nel giocare con l’aspect ratio, le citazioni, montaggi ingannevoli e compagnia cantante. Per carità, sempre pregevoli, necessari un po’ meno: se Esmail vuole fare l’autore, che ci provi con il cinema e poi vediamo cosa combina. Tant’è che a fare breccia ci riesce solo in un momento, e che momento però, di questo bisogna rendergli atto. Un momento che dura 20 minuti abbondanti, in un unico piano-sequenza magistrale complesso, avvitato, elaborato che riversa tensione sullo spettatore a iosa, (figlio della voglia di stupire fine a se stessa sicuramente, ma ugualmente mirabile: dal letame nascono i fior). Seguendo il personaggio di Angela in un altro compito affidatole dal Dark Army all’interno della E-Corp durante un diversivo simil-terroristico, Esmail passa da uno spazio a un altro scavalcando piani, scale e porte, concedendosi un paio di momenti di claustrofobica staticità per poi partire a seguire la camminata nervosa di Angela nel suo unico puntate atto utile in dieci puntate. Non solo un grande esercizio di stile ma anche una svolta non da poco (ma comunque isolata) rivelazione viene ufficializzata nell’episodio successivo: Elliot è stato manovrato come una marionetta dai cinesi che sapevano che avrebbe provato a ripristinare lo status quo e fingendo di ostacolarlo l’hanno invece raggirato per sfruttare le sue contromosse al fine di organizzare un brutale attacco terroristico che ha eliminato fisicamente i dati della E-Corp. Sipario.

Poi più nulla. Già poco dopo ci perdiamo in un mare di verbosità inutile dove il nerbo della narrazione è costituito dalla ricerca della talpa cinese nel Bureau che guarda caso è l’unico altro agente che conosciamo. L’errore a questo punto è chiaro che sta a monte, quando la scrittura si è concentrata eccessivamente sul protagonista fin dal principio non puntellando la struttura narrativa con la costruzione di un mondo intorno alla storia principale. Le difficoltà iniziali permangono e i punti di forza sfumano progressivamente, Mr. Robot non sta sbandando, è in caduta libera. Così nella seconda parte della stagione vengono a galla tutti i difetti più organici, primo fra tutti, nonché summa di essi, un onnipervasivo processo di semplificazione. Ormai Elliot è un principe azzurro senza macchia e senza paura, non ha più quella asocialità che un minimo lo adombrava, è un Gary Stu qualunque, che ciarla di bene comune, di gente che gioca a fare Dio, pronto a sacrificare se stesso e altruisticamente moralista. Se uniamo il fatto che Elliot è il campione morale del suo autore alle velleità autoriali ingiustificate (tranne che in rade seppur pregevoli eccezioni) di quest’ultimo, è facile comprendere come Sam Esmail passi dal disprezzo infantile di tutto ciò che non gli è congeniale ai sogni di riconoscimento e riscatto in chiave kitsch: praticamente è come uno di quei giovani campioni sportivi pieni di talento che però si dice che debbano mettere la testa a posto.

Ma arrivati a questo punto Mr. Robot non solo appiattisce i suoi personaggi, e non solo li polarizza (ammerigani buoni, cinesi bruttisporchiecattivi), ma semplifica pure le scelte narrative o di messa in scena. Almeno l’anno scorso si cercava di giocare sul quadro dell’instabilità, ora gli effetti della “rivoluzione” definitivi sono la sporcizia nelle strade e qualche militare per strada (ma vuoi vedere che le periferie disagiate d’Italia giacciono nelle condizioni in cui sono perché le hanno hackerate?). E segue la pochezza di alcune scelte narrative: Elliot che prende il controllo della rete del Dark Army en passant, Angela che passa da una parte all’altra con agiata nonchalance, Tyrell è ormai solo una vestigia, e difatti moglie e figlio vengono eliminati dalla serie per non essere d’ostacolo quando nella prossima stagione si cercherà di riciclarlo in qualche modo. Per non parlare poi delle personalizzazioni: il gigante tecnologico effettivo governatore del mondo di cui Esmail sembrava voler parlarci adesso si riduce a uno scorno privato tra Price e Whiterose. Di nuovo al centro l’uomo, quando invece per dire davvero qualcosa il nostro avrebbe dovuto sondare più a fondo il dominio dell’apparato tecnico sul mondo dell’umano, del mortale: signore e signori, Sam Esmail, l’uomo che vuole fare tv radicalmente eterodossa e anarchica con gli espedienti più consolidati e rassicuranti.  Un rivoluzionario da salotto con lo schermo piatto a 42 pollici, in sostanza.

Cosa aspettarsi dalla prossima stagione

Probabilmente non granché. Ora sono caduti tutti gli altarini, e Mr. Robot non la racconta più a nessuno. Esmail ha in testa un progetto di cui sono definiti solo i quattro punti cardine mentre il restante 90% è piegato alla commercializzazione. La confusione mentale della prima stagione era solo un involucro, come lo erano un anno fa i giochini di montaggio e come in questo terzo ciclo è stato l’intimismo. Il prossimo passo effettivo sarà lo hacking del tempo, come quest’anno l’intera stagione ha ruotato attorno al colpo di scena della distruzione dei documenti. Esmail ce l’ha suggerito in tutti i modi (uno su tutti il continuo citare Ritorno al futuro), l’unica cosa da sperare è che nella prossima stagione (ordinata in concomitanza con la messa in onda dell’ultima puntata), che sarà con tutta probabilità l’ultima, la carne al fuoco sia molta di più. Mr. Robot ha rivelato di avere limiti strutturali, non solo di realizzazione, e, a parere di chi scrive, nonostante le grandi aspettative iniziali, le possibilità di vedere nel prossimo inverno una serie di grande qualità sono ben poche, al contrario di quelle che vedranno Elliot e compari diventare più una sorta di banco di prova oppure persino un laboratorio per Esmail, che quoteremmo 1:1.1 al massimo. Il finale è analogo a quello della seconda stagione, ordinato e moscio con la targhetta del cliffhanger. Lo status quo è stato ripristinato, la prossima stagione inizierà dove è iniziata la prima, e il colpo di scena è l’ennesima riproposizione di uno scontro privato inutile per quello che dovrebbe voler dire la serie, e che anzi, servirà a temporeggiare durante la prossima stagione in attesa di circa un’ora e mezza di buona televisione, seppellita da altre otto di niente: resuscitare Fernando Vera, apparso per due episodi nelle fasi embrionali della serie e ininfluente nelle dinamiche effettive della stessa, tanto che chi scrive nemmeno se ne ricordava nome e volto (tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione, IMDB) significa essere davvero alla frutta.