“My war is not over” di Bruno Bigoni

Ha visto l’inferno e ne è uscito vivo, destinato a raccontare gli orrori cui aveva assistito affinché non si ripetano mai più.

Si chiama Harry Shindler, con incredibile assonanza con quell’altro Schindler, quello della lista. Anche Harry ha una lista, una sua personale “Spoon River”: li saluta ad uno a uno, sembra che ne conosca di ciascuno la storia, gli amori, le speranze, i sogni; forse  ritrova la sua stessa storia, i suoi amori, i suoi sogni, camminando là, tra le lapidi bianche del cimitero militare di Anzio.

Anzio: il luogo dove questo giovane soldato britannico sbarcò nel 1944. Ritornò in Italia subito dopo la pace per portare in Inghilterra come sua moglie la ragazza della quale si era innamorato. Ritornò in Italia dopo una vita di lavoro, nel 1982, designato quale rappresentante nel nostro Paese dell’associazione dei veterani britannici. Qui vive ancora, a San Benedetto del Tronto, ha 95 anni e una memoria di ferro. In tre decenni, con ricerche tenaci e minuziose e tanta esperienza, Shindler ha rintracciato il destino finora ignoto di tanti soldati che combatterono e morirono in Italia durante la seconda Guerra Mondiale. Ha rintracciato persino la sorte del padre di Roger Waters, sì, proprio quello dei Pink Floyd, rimasto orfano quando era ancora in fasce e la cui carriera artistica è stata pervasa del dolore di quella perdita. Ora, grazie a Shindler, dopo 60 anni c’è un monumento ad Aprilia, proprio nel luogo dove  Eric Fletcher Waters trovò la morte nel 1944.

“Dio non c’era mentre accadeva tutto questo male”: il giovane soldato vide tanti commilitoni, ma anche tanti innocenti, tanti bambini, trucidati senza un perché. E se si può non essere pienamente d’accordo con Harry quando afferma che quella sia stata una guerra giusta perché sconfisse le dittature e riportò la democrazia in Europa, di certo non si può che concordare sul fatto che dimenticare quei morti significa ucciderli una seconda volta e uccidere per sempre la speranza di pace.

Il toccante documentario del sessantasettenne regista milanese Bruno Bigoni si basa in parte sull’omonimo testo scritto dallo stesso Harry Shindler insieme al giornalista italiano Marco Patucchi e in parte su filmati d’archivio e interviste attuali. Realizzato con grande capacità, passione e partecipazione, il film illustra l’attività di questo uomo generoso e giusto, che nonostante l’età ha presenziato con vigore al Film Festival di Torino per testimoniare a giovani e a adulti, ancora una volta, instancabile, che l’orrore della guerra non deve mai più ripetersi.