Noel Gallagher: Sono un rivoluzionario perché canto di gioia e speranza

Who built the moon?. È questo il titolo del nuovo album di Noel Gallagher e degli High Flying Birds, in uscita il 24 novembre. Un lavoro molto amato dall’ex Oasis che, con la “simpatia” che da sempre lo contraddistingue, lo ha presentato alla stampa in una conferenza stampa a Milano.

Un disco che ha coinvolto la bellezza di trenta musicisti, tra due due “vecchie conoscenze” di Noel, Paul Weller e Johnny Marr: «Entrambi sono amici che conosco da anni. Paul, in particolare, abita vicino casa mia, mentre Johnny è tra i miei amici più “vecchi”. Quando sono in studio e, suonando la chitarra, c’è qualcosa che non mi torna, lo chiamo subito e lui viene da me, a Londra, da Manchester. Avevo lavorato insieme a lui anche nel mio disco precedente, mentre Paul aveva suonato in Champagne Supernova degli Oasis».
«Se dovessi riassumere questo disco in una sola espressione», prosegue Noel lo definirei «“Pop cosmico”. Di base è un disco rock. La gente quando pensa al rock, pensa ai giubbetti in pelle, al bere Jack Daniel’s, al gridare. Ma il vero senso del rock consiste nella libertà dell’anima e dello spirito: fare tutto ciò di cui si ha voglia. Dopo aver finito il tour di Chasing yesterday, avevo scritto, registrato e prodotto un album sapendo esattamente chi ero. Ma non potevo portare “oltre” quel sound, perché avevo già esplorato tutto l’esplorabile. Sono stato fortunato a incontrare David Holmes al momento giusto: lui ha intravisto in me qualcosa che nemmeno sapevo di avere, e poi questa cosa l’abbiamo trovata insieme».

Who built the moon? è un disco il cui fil rouge può essere individuato nella gioia e nella spensieratezza: «È fin troppo facile per chi fa musica prendere le notizie del telegiornale e metterle in musica. Scrivere di gioia e di speranza, invece, è qualcosa di rivoluzionario. Rock, ormai, è sinonimo di “urlare”: Dave Grohl, cosa urla a fare? I Green Day, quel tizio dei Queens of the Stone Age… Urlano, prendendo spunto dalle notizie. Ma davvero c’è qualcuno che vuole musica che parli d’attualità? L’attualità è noiosa. Donald Trump è noioso. La politica è noiosa. Quel ciccione in Corea del Nord: è buffo, fa ridere, ma è noioso! Che senso ha tutto questo? L’atto rivoluzionario è fare canzoni che parlino di gioia e di speranza. Io sono rivoluzionario! Holy mountain: come si fa a mettere in una musica pop tutta la voglia di vivere del brano? È molto difficile, ma io non c’ho messo tanto, perché io sono bravo! E poi tratto ogni disco e ogni tour come se fosse l’ultimo. Quindi, anche se dovessi morire domani, se questo dovesse essere il mio ultimo album, andrebbe benissimo così, perché questo è un lavoro di cui sono orgoglioso».

Ma Noel ha anche qualche favorito, tra i colleghi: «Gli U2, i Kasabian. Però il problema del rock è che si grida troppo. E non capisco perché debbano tingersi i capelli, riempirsi di tatuaggi e orecchini: a cosa serve? Il rock ha ucciso il rock’n’roll».
E poi, gli Oasis, a cui con il documentario Supersonic: «Mi piace molto, altrimenti non ci avrei partecipato. Parla di una storia che non verrà più raccontata: una band venuta dal nulla, ma che in breve è diventata la più grande band al mondo. Tutti hanno lavorato molto bene a questo documentario». E poi l’immancabile battuta sul fratello Liam, che ha da poco pubblicato un nuovo disco: «Non me ne frega niente. Le polemiche con lui? È pazzesco. Sembra proprio arrabbiato per qualcosa, ma nessuno ha capito perché. Se qualcuno lo scopre, per favore me lo dica. Secondo me ha bisogno di uno psichiatra».
Infine, due parole anche sulla serata di riapertura della Manchester Arena: «È stata una serata strana. Da cantautore, vivi aspettando il momento in cui un intero palazzetto canti emozionato una tuo canzone, com’è successo con Don’t look back in anger. È stata l’emozione più bella del mondo, ma permeata di tristezza per l’occasione che aveva “reso possibile” quella serata».