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"PARADISO BUIO " DI ENZO VALERI PERUTACent’anni di passioni dello spettatore cinematograficodi Giacomo Sebastiano Pistolato Si è svolto venerdì 24 settembre, in una purtroppo semivuota (causa ufficiale inizio meteorologico dell’autunno) Aula Magna dell’Ateneo Veneto di Venezia, lo spettacolo "Paradiso Buio", monologo sul cinema di e con Enzo Valeri Peruta, musiche di Pierangelo Frugnoli, regia di Roberto Anglicani.
Silenzio. Buio. Una luce si aggira tra le poltrone rosse. Forse non è umana - forse lo è anche troppo - ma certo tutti ne condividono l’essenza. Illumina la platea, ma non accompagna gli ultimi spettatori verso i rimanenti posti vuoti. Si annida nell’immaginario di ognuno di noi, è così inconsistente, ma allo stesso tempo risveglia le nostre sensazioni più concrete. In lei c’è qualcosa di riconoscibile, ne siamo come inconsapevolmente attratti, perché fa parte del nostro passato, del nostro presente, della nostra anima. Quel chiarore è lo Spirito della Sala (cinematografica), nelle vesti del giovane ed abilissimo attore lombardo Enzo Valeri Peruta. Ed è solo lo spunto che dà il la ad un appassionato e travolgente monologo in memoria ed in difesa di quel "Paradiso buio" che oggi rischia di diventare mero luogo di passaggio. Ispirato a "Buio in sala" di Gian Piero Brunetta (Marsilio, 1989), per la regia di Roberto Anglicani, questo piccolo ma impeccabile spettacolo attraversa cent’anni di storia del cinema dalla parte dello spettatore. Lo fa dolcemente, come in un’ideale connubio tra realtà e finzione, passando attraverso il parallelo canale artistico del teatro. Un monologo che in primo luogo evoca gli odori, i sapori e le sensazioni di cui quelle sale cinematografiche - piccole, grandi, vecchie, sporche, bombardate o scoperchiate che fossero - erano impregnate. Sale che, a volte improvvisate a volte artigianalmente assemblate, racchiudevano per definizione il luogo della fantasia, e allo stesso tempo della speranza: l’isola che non c’è dove rifugiarsi dalla troppe volte disarmante realtà quotidiana. Dai primi film muti con cui iniziava a far breccia nei contadini come nei borghesi la Magnifica Illusione ai contagiosi westerns americani, dai primi film a luci rosse ai cineclub sessantottini, dal disimpegno al rimbecillimento, il luogo buio e nascosto che per quasi un secolo ha covato i sogni degli italiani, come di miliardi di altre persone nel resto del mondo, è sicuramente entrato a far parte della coscienza di ognuno di noi. Il cinema infatti, fin dai suoi esordi, è sempre stato un’esperienza collettiva, una forza capace di scorporare l’individuo dal suo contesto fattuale ("In poche parole, rende tutti uguali", come dice uno dei personaggi interpretati da Valeri Peruta) e di incantare generazione dopo generazione il suo pubblico. Non importava quali fossero le immagini proiettate sullo schermo, o su lenzuoli multicolore cuciti assieme per l’occasione, l’opportunità era sempre buona per assorbire un po’ di magia, per imparare qualcosa o semplicemente per non pensare, per il breve tempo della visione in sala, ai propri problemi. Tutto ciò emerge nettamente - quasi trasuda si potrebbe dire, visto la passione attraverso cui vengono narrate queste storie - dai monologhi portati in scena da Valeri Peruta. Lo spettatore lombardo, quello veneto, quello siciliano o quello toscano, interpretati con talentuosa verve linguistica dal promettente attore unico protagonista, ricalcano fedelmente, sotto un tanto semplice quanto convincente gioco di luci e musiche, le aspirazioni, le emozioni e i sentimenti di cent’anni di passioni dello spettatore cinematografico. "Paradiso buio" di e con Enzo Valeri Peruta, musiche di Pierangelo Frugnoli, regia di Roberto Anglicani.
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