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IL CATASTROFISMO A HOLLYWOODIl cinema terrorizza lo spettatore con spettacolari catastrofi naturali e gli ambientalisti esultano perché anche a Hollywood trionfano le loro ragioni. Ma è davvero così?di Massimo Favaro "L’alba del giorno dopo" (The day after tomorrow), il film di Roland Emmerich distribuito nel 2004, è l’ultimo prodotto di uno dei filoni più prolifici della storia del cinema, quello catastrofico-ambientalista. Il film ha valore politico, affermano gli ambientalisti, perché simili paure verrebbero condivise dagli spettatori.
Il genere catastrofico, che fa leva tanto su magnifici e costosi effetti speciali quanto sui reconditi timori di disastri ambientali, è una emanazione del film del terrore, nato agli albori della storia del cinema, quando produttori e registi si resero conto che tra le maggiori qualità del nuovo strumento c’era quella di coinvolgere lo spettatore provocando identificazione ed emozioni. Tra queste, in primis, la paura. Dopo che nel 1896 il regista francese Méliès girò "Le Manoir du Diable" (Il feudo del diavolo), moltissimi horror vennero realizzati nella Germania di Weimar, come "Il gabinetto del dottor Caligari" (Robert Wiene, 1920) e "Nosferatu" (Friedrich Wilhelm Murnau, 1922). Film che contenevano, nei personaggi abominevoli e nel marcato espressionismo delle scelte stilistiche, le inquietudini che vennero utilizzate abilmente, pochi anni dopo, dalla propaganda di Hitler. La cinematografia, quindi, era una termometro delle angosce della società tedesca. Lo stesso ruolo, pur con le dovute distinzioni, viene interpretato negli ultimi 30anni dal genere catastrofico. Infatti la campagna allarmistica condotta sui mezzi di comunicazione ha comportato che tra le paure più diffuse del nostro tempo ci siano, appunto, quelle legate ai disastri ambientali. Così in molti film vengono affrontate le questioni care ai movimenti ambientalisti. Come il tema dell’energia nucleare in "La sindrome cinese" (James Bridges, 1979), in cui si sottolineano i rischi che l’uomo corre cercando di gestire forze al di fuori della sua portata. Oppure in "Virus Letale" (Wolfgang Petersen, 1995), in cui invece si accusavano i governi che sviluppano armi batteriologiche in quanto potrebbero causare la diffusione di epidemie incontrollabili. Negli anni novanta il genere evolve e viene caratterizzato dall’utilizzo massiccio di effetti speciali e dall’indifferenza per le basi scientifiche della narrazione. Verrà ricordato soprattutto per le magnifiche ricostruzioni dei dinosauri il film "Jurassic Parc" (Steven Spielberg, 1993), in cui si denunciava esplicitamente la sperimentazione genetica e il tentativo di riprodurre la vita in laboratorio. Lo stesso per lo spettacolare "The Core" (Jon Amiel, 2003), in cui la ricerca di armi sempre più potenti e sofisticate veniva messa sotto accusa perché potrebbe causare la gravi mutamenti all’equilibrio terrestre. Numerosi biotecnologi hanno dichiarato a più riprese che ricreare i dinosauri in laboratorio, così come immaginato in "Jurassic Parc", è impossibile. Altrettanto per i rischi, paventati da "The Core", che la rotazione terrestre possa rallentare a causa dell’effetto di nuove armi ideate dall’uomo. Anche per "The day after tomorrow", una delle ultime produzioni del genere, non sono mancate le critiche. Gli scienziati sono concordi nell’affermare che gli oceani difficilmente potranno mai ghiacciarsi, e certamente non lo farebbero tanto repentinamente. In "The day after tomorrow" l’attacco è esplicitamente rivolto alla politica. Ma la mancanza di un fondamento scientifico rende le critiche velleitarie. Hanno torto i movimenti ambientalisti quando sostengono che simili film sono un segno della diffusione delle loro idee: se le grandi major continuano a produrre queste pellicole è perché garantiscono una notevole risonanza sui mezzi di comunicazione e, in ultima istanza, incassi. Il pubblico, invece, assistendo alla narrazione di poco probabili scenari apocalittici si limita a godere degli effetti speciali e sublima le proprie paure, che finiranno per venir ricordate, o dimenticate, come una parte dello “spettacolo”.
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