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Di paesaggi e partitureUn’intervista con Gerhard Gruber, ospite a Padova di Impara l’Arte 2008di Marco Bellano Viene veramente da dirlo, con sollievo e gratitudine: finalmente. Finalmente L’uomo con la macchina da presa di Dziga Vertov, per una volta, non è un pretesto per chiamare a raccolta clangori assortiti, ronzii elettronici, ripetizioni forsennate e tutti gli altri stereotipati sinonimi di “avanguardia” e “catena di montaggio” che molti compositori dediti al muto assemblano quando hanno a che fare con questo film.
Quella che commenta la pellicola e il suo geniale campionario di studi formali sull’immagine in movimento è invece, stavolta, un’improvvisazione pianistica pensosa e coerente: un complesso arco sonoro che parte da un incontro ipnotico di melodie cicliche e diatoniche con lunghi pedali armonici. Il film, con la sua vibrante eccitazione ottica, sembra quasi essere indipendente da quella musica così quieta e finemente controllata; in realtà gli occhi del solista sono fissi sullo schermo, e i percorsi di vista e udito stanno nascostamente convergendo, per poi rivelare con naturalezza, a metà dello spettacolo, la loro segreta ed imprescindibile interdipendenza. È la sequenza cosiddetta Sinfonia delle mani, il pretesto per la svolta: da quel momento, le figurazioni melodiche si fanno virtuosistiche e il pianoforte lascia crescere l’intensità del suono. Montaggio e ritmo musicale si rafforzano a vicenda, mentre l’ingresso di tonalità maggiori insinua nel flusso acustico tocchi di solarità, valorizzati da sporadici affioramenti di spirito ironico. Una sonorizzazione veramente intelligente, perché ricca di valore artistico intrinseco ma al tempo stesso attenta a seguire e far proprio il senso del film. Gerhard Gruber, nato nel 1951, è il pianista austriaco cui va il merito di tale interpretazione dell’opera di Vertov. Specializzato in improvvisazione jazz, è oggi tra i più rinomati musicisti all’opera su pellicole mute. Lo abbiamo incontrato dopo la proiezione del 20 febbraio 2008 a Padova, al cinema MPX di via Bonporti. In che modo le immagini de L’uomo con la macchina da presa hanno stimolato la Sua improvvisazione? Non è semplice spiegarlo. Credo che ogni improvvisazione si debba basare sull’irripetibilità dell’interpretazione. Ogni fotogramma mi propone innumerevoli stimoli sonori: ne colgo uno diverso ogni volta che il film viene proiettato. Così, il percorso tra le immagini muta ad ogni nuova esecuzione. Io sono nato in un luogo dove vi sono molti rilievi e colline. Là si poteva ammirare un magnifico panorama. Ma, facendo solo pochi passi, ecco che il paesaggio cambiava: l’andamento del terreno rendeva possibile vedere nuovi e significativi dettagli. Per me, i film muti sono come quel paesaggio: ogni mia interpretazione è solo uno dei molteplici punti di vista da cui si possono apprezzare. Quindi penso che fare musica per i film muti sia un po’ come costruire paesaggi musicali. O anche come interpretare una partitura... Questo è assolutamente vero e molto coerente col mio pensiero. Infatti anche di una partitura è possibile dare molte letture alternative. Per questo tengo a precisare che la libertà del musicista è sempre sottoposta al primato del film. È vero che, a volte, i sensi dello spettatore tendono a trovare corrispondenze tra immagini e musica anche quando queste non esistono. Non bisogna però, per questo, permettersi di ignorare ciò che avviene sullo schermo. Occorre trovare un giusto bilanciamento tra indipendenza, coerenza e contrasto. Tradizionalmente, gli americani nella musica per film preferiscono l’aderenza all’immagine, i russi l’opposto. Ha mai pensato di scrivere partiture per film sonori? No, in realtà al di fuori del muto le mie uniche produzioni legate al cinema sono state delle serie di musiche adatte a situazioni e umori generici. Ad esempio: musica per una scena di tensione, per una scena comica… Ho fatto questo lavoro per una stazione radiofonica, che poi si è servita di queste mie composizioni in diversi programmi, a seconda delle necessità. È un po’ quello che facevano certi musicisti del periodo del muto, quando si assemblavano repertori per i pianisti che poi dovevano accompagnare i film in sala. In Italia, grazie ai festival di Pordenone e di Bologna, si mantiene vivo l’interesse per la musica dedicata ai film muti. Crede che questo ambito possa offrire opportunità ai giovani diplomati dei conservatori che volessero intraprendere una carriera artistica alternativa? Scrivere o improvvisare per il muto è un’occasione preziosa, a livello formativo. Certo, il problema più che altro è costruire un proprio repertorio: le pellicole sulle quali è possibile cimentarsi sono migliaia, ma solo poche hanno guadagnato una grande fama, venendo proiettate di frequente. Per questo si finisce per interpretare sempre e solo quelle. È come camminare su uno stretto sentiero tra due burroni ricolmi di tesori invisibili. Al di là di queste considerazioni, poi, direi che per un giovane che si accosti alla musica per il muto una cosa sarebbe fondamentale: dimenticarsi di se stesso. Ovvero, scordarsi delle regole accademiche, degli obblighi della composizione classica, per seguire invece i percorsi sonori suscitati dal flusso delle immagini. E, soprattutto, bisognerà scordarsi del proprio ego. Chi vorrà fare questa musica dovrà mettersi completamente al servizio del film. Solo così il risultato finale sarà soddisfacente.
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