Continua la collaborazione tra Netflix e Brad Pitt: dopo War machine (in cui quest’ultimo era anche protagonista, oltre che produttore, come qui), la piattaforma streaming più in voga passa alla distribuzione di Okja, sesto film di Bong Joon-ho, presentato alla 70esima edizione del Festival di Cannes.

Nel 2007 la multinazionale agroalimentare Mirando Corporation distribuisce per il mondo vari esemplari di un “super-maiale” geneticamente modificato per poi selezionare il migliore da cui sviluppare una nuova specie per incrementare vertiginosamente gli introiti. Dieci anni più tardi, il fortunato è una femmina di nome Okja, che vive in un paesino montano della Corea con l’adolescente Mija, affezionatissima alla scrofa OGM. Quando questa viene portata via per essere analizzata, fatta riprodurre e infine macellata a New York, Mija di lancerà in una tragicomica missione di salvataggio.

Tagliamo la testa al toro: Okja è un film Netflix, e come tale ripropone una serie di stilemi che limitano fortemente le potenzialità di un film del genere. È ben equilibrato, tecnicamente impeccabile, ma risente di una struttura imposta dall’alto troppo coercitiva. Quello che stupisce e rende l’opera apprezzabile inizia e finisce con l’innegabile talento di Bong Joon-ho, che crea contrasti, si diverte, esagera, mettendosi al servizio di una satira che non risparmia colpi a nessuno. Se nel primo terzo di film la narrazione è statica e con il solo compito di impostare i vari pilastri narrativi (in maniera tutto sommato elementare) poco dopo il ritmo inizia a salire senza gradualmente sena tregua.

Da quella scena mirabile dove il super-maiale (che in verità è raffigurato più come un incrocio tra un molossoide e un ippopotamo) in un asfittico tentativo di fuga in un centro commerciale finisce per devastarlo in toto, con tanto di colonna sonora tipicamente balcanica in un piano-sequenza complesso e frenetico che trascina l’opera su un livello giocoso ma non ingenuo, il film prende tutt’altra piega, accelerando e incolorendosi, diventando una commedia d’azione.

A partire da questo momento Joon-ho non perde tempo e non si ferma davanti a nulla, riversando un umorismo sferzante su qualsiasi categoria coinvolta, dall’avido CdA della Mirando agli animalisti ipocriti, dagli abbindolati dall’una o dall’altra parte alla distruzione di una persona ad opera dell’amore della stessa per la propria notorietà. Umorismo che è a sua volta estremamente vario, Joon-ho fa ridere solo con la composizione delle inquadrature, sempre coloratissime fuorché in Corea (dove tutto è grigissimo), ma anche con il surrealismo incarnato da alcuni personaggi (Johnny Wilcox/Jake Gyllenhaal su tutti), oppure con momenti di assoluto contrasto artificiosamente naturale.

I contrasti che il regista coreano crea sono una parete fondamentale del film, che media tra la struttura commerciale che Netflix propugna dalla sua genesi e la follia costitutiva che un film di questo calibro richiede per non essere noioso. Mette in scena la più semplice delle trame con uno stile che al contrario ricerca sofisticatezza in ogni movimento di macchina, ogni scelta di montaggio, sfruttando al meglio e spremendo tutto quanto ha: tira fuori delle straordinarie interpretazioni da Tilda Swinton, in versione riscossa-della-pecora-nera-della-famiglia e dal già citato Gyllenhaal, senza eroicizzare troppo, tra le altre cose, la sua taciturna protagonista, che lotta contro tutti e tutto, relegando la morale al prevedibile lieto fine senza perdersi eccessivamente in stucchevoli retoriche.

In conclusione, il film in sé è certamente pregevole di fattura, ma come altri similari, lascia il tempo che trova per via del solito inquadramento distributivo verso il solito pubblico che non desidera nulla più di questo. Un buon film che testimonia, casomai ce ne fosse stato ancora bisogno, il talento e la versatilità di Bong Joon-ho, che certo però non costituisce un film destinato a imprimersi nella memoria di molti al pari di Memories of a murder o Snowpiercer.