Avevamo già accennato al particolare percorso di David Lowery quando s’era parlato di A ghost story, cercando di condensare in un paio di righe il suo piroettare da un genere all’altro con nonchalance. Non è il caso di ripetersi o farsi il verso da soli, ma non si può non notare come Old man & the gun rappresenti un’ennesima variazione – e non sul tema: southern drama purissimo, blockbuster per l’infanzia, cinema simil-contemplativo, sono stati nell’ordine i suoi tre approdi, mentre quest’opera quarta scompiglia le carte in tavola in un modo ancor più diverso, modificando radicalmente prospettiva. Non solo il genere o il tipo di approccio al mezzo cambiano, ma si trascinano dietro anche una differente rivalutazione dei compiti registici, ovvero Lowery insiste nello scardinare quelli che sono i paletti del suo cinema in un processo che è più di un semplice divertissement.

Old man & the gun è il film d’addio di Robert Redford, il canto del cigno di un mostro sacro della classe attoriale della New Hollywood, ed è un film costruito su misura per lui, una sorta di festa d’addio che ripercorre per lunghi tratti i momenti focali della sua carriera, del suo essere stato un’autentica icona. Questo intendevamo tirando in ballo l’ennesima capriola del regista americano, capace di rinunciare alla spinta autoriale che abbiamo ammirato con il succitato A ghost story e Ain’t them bodies saints per subordinare narrazione e mise-en-scène al Forrest Tucker interpretato appunto da Robert Redford, trasformandolo fin dall’inizio in un elegante espediente che celebri il Redford che abbiamo conosciuto in cinquant’anni e oltre di pellicole. Ogni celebrazione solitamente parte da concetti semplici, una parola chiave, un tratto specifico e identitario, e Old man & the gun non fa eccezione. La caratteristica fondante del personaggio-Redford è sempre stata quella dello charme, del fascino irresistibile in lui sostanzialmente innato.

E Old man & the gun è un film sullo charme, e sul lascito, e sulla vecchiaia. Non è certo una rocambolesca commedia agrodolce da reparto geriatria (ma questo è fin troppo ovvio), piuttosto si tratta di un film che rifugge una gestione coerente del ritmo e un intreccio solido, preferendo aderire come una seconda pelle al suo protagonista esaltandolo, festeggiandolo. Forrest Tucker è infatti un personaggio senza tempo, un ladro gentiluomo che nel cinema moderno non avrebbe ruolo o spazio, un arzillo vecchietto – una riproposizione di un uomo realmente esistito – che tra un’eco newhollywoodiana e l’altra, a cavallo fra il fuorilegge non violento che fu Sundance Kid e il sentimentalismo crepuscolare di Sonny Steele, rapina banche con il sorriso assieme ai complici interpretati da Tom Waits e Danny Glover, la cui storia però non rappresenta più che un escamotage per glorificare Robert Redford, qui più condottiero che ritorna dall’ultima impresa piuttosto che attore in film.

Intendiamoci, l’involucro narrativo (e non solo) è di pregevolissima fattura, valorizzato dalla volontà di non limare eventuali contraddizioni (come la figlia abbandonata, o l’egotismo) che riesce a celebrare un divo hollywoodiano in un modo non hollywoodiano, implicando il fatto che qualcosa dovrà pur aver rimpianto, e dall’uso degli altri personaggi in sua  specifica funzione, l’innamorata Sissy Spacek a mo’ di miraggio di ciò che è giusto ma cui non è possibile concedersi, e soprattutto quel Casey Affleck che serve da contrappunto simbolico a Forrest – una sola l’occasione dove sono entrambi presenti sulla medesima scena allo stesso momento, prima del finale, con la mdp che si accontenta di porli uno di fronte all’altro, senza farli parlare più dello stretto necessario, come a suggellare nel loro incontro le due dimensioni interdipendenti della medesima idea: da una parte chi affascina e dall’altra chi si fa affascinare, più di tutti, più della donna che non ha capito davvero fino in fondo Forrest, e lo lascia andare perché sinceramente ammirato.

Old man & the gun è un film al contempo più complesso di quanto non possa apparire nella sua serie di rimandi (La caccia, Butch Cassidy, La stangata, The getaway, il primo su tutti per il meraviglioso omaggio in chiusura nel montaggio delle sedici evasioni) che celebrano quei momenti iconici che ancora fanno parte della cultura pop, eppure più genuino di tutti gli stratagemmi che usa per torcersi e nascondersi; una sorta di Straight story ma più semplice, stante il fatto che si parla di persone e non di arte, ma anche più spensierato, più ingenuo, più ruvido. Old man & the gun è una grande festa d’addio, un momento allegro, l’ultimo, ma evocativo, nostalgico, che in prima e ultima istanza non può che reggersi su di un’interpretazione perfetta di Robert Redford: non certo la sua migliore prova – non diciamo sciocchezze ipocrite, facendo così torto poi a Il candidato o Tutti gli uomini del presidente – ma almeno una delle più sincere, quello sì, si può dire.