Seguito spirituale del precedente Operation Mekong (2016), Operation Red Sea (2018) è l’ultimo film del maestro dell’action hongkonghese Dante Lam, coproduzione di Cina e Hong Kong realizzata allo scopo di celebrare i novant’anni dalla fondazione dell’Esercito Popolare di Liberazione e che, forse proprio per la sua natura propagandistica, ha poco o niente del grande regista di The sniper (2009), Beast stalker (2008) e altre pietre miliari.

Nel fittizio Stato arabo dello Yewaire la guerra civile ha messo a rischio la vita di numerosi connazionali. A evacuarli sarà la squadra d’assalto Jiaolong col supporto della marina, ma il gruppo terroristico Zaka farà di tutto per impedire il completamento della missione. Come se non bastasse una coraggiosa giornalista ha scoperto che Zaka gestisce anche un traffico di uranio da cui ricavare armi chimiche. Riusciranno i coraggiosi soldati a eliminare la minaccia terroristica e a salvare allo stesso tempo i loro connazionali?

Anch’esso ispirato alla lontana a fatti realmente accaduti, nello specifico la guerra civile in Yemen del 2015, Operation Red Sea rinuncia a molte delle trovate più accattivanti viste nel titolo precedente, configurandosi come un war movie asettico e distaccato più che come un film d’azione, un processo per certi versi speculare a quello occorso nel passaggio dal primo al secondo Wolf Warrior: invece di eroi più individualisti al limite della cafonaggine abbiamo una truppa i cui membri, caratterizzati – letteralmente – in due righe di dialogo risultano del tutto impersonali e fuori luogo in un film di finzione per il loro eccessivo attaccamento al dovere e alla patria.

Certo il nazionalismo non è così bieco e spicciolo come quello dell’ultimo lavoro di Wu Jing citato poc’anzi, ma è comunque fastidioso al punto da impedire di godersi il film, i cui elementi narrativi tradizionali sono tutti stati sacrificati: niente più cattivi folli e carismatici, violenza fuori dagli schemi e missioni speciali; solo un’unica, linearissima missione, realistica – anche troppo – nella ricostruzione degli scontri a fuoco.

Poi il talento di Lam non si mette in dubbio e quindi Operation Red Sea riesce comunque a tenersi stretto il suo pubblico: la tensione non cala per un istante e passando dal punto di vista dei cecchini a quello della fanteria si ha modo di apprezzare una variegata gamma di modi di ripresa, con il cineocchio posto ad altezza di soldato – come se si trattasse di un terzo incomodo sul campo di battaglia.

Un film sicuramente interessante per capire la direzione del cinema di cassetta della Cina contemporanea, che sembra propenso a voler cancellare una volta per tutte con le sue megaproduzioni l’ombra che gli Stati Uniti hanno da sempre proiettato sull’immaginario collettivo. Tuttavia, è un prodotto ripiegato sul mercato interno e che difficilmente potrebbe guadagnarsi l’approvazione – sia sul piano eminentemente cinematografico che su quello ideologico – di uno spettatore tipo al di fuori della Repubblica Popolare.

Portando all’esasperazione la retorica patriottarda del titolo di due anni fa, Operation Red Sea conferma la tendenza negativa dell’ultimo Lam, in questo momento incapace di stupire il pubblico internazionale che lo apprezzava. Speriamo si tratti solo di una crisi momentanea dovuta alla contingenza storica.