Chi l’avrebbe mai detto che Matteo Garrone e Willem Dafoe, oltre a essere vicini di casa, abitano a pochi passi dalla sede principale di CasaPound? A raccontarcelo è un gigante del cinema americano innamorato della città capitolina come Abel Ferrara, che dedica il documentario Piazza Vittorio all’omonima piazza romana e al quartiere che la circonda, tra i racconti dei numerosissimi immigrati della zona e quelli di chi in quel quartiere c’è nato, tra i giostrai calbresi e i ristoratori cinesi.

Senza dedicare troppa attenzione alla parte formale, Ferrara gira nel quartiere multietnico raccogliendo le testimonianze di immigradi di ogni nazionalità e di ogni estrazione sociale, da quelli più illustri (come il già citato Willem Dafoe, che racconta di aver deciso di comprare casa a Piazza Vittorio durante le riprese de Le avventure acquatiche di Steve Zissou, dopo aver conosciuto quella che poi diventerà sua moglie) al più umile dei musicisti di strada, tra chi è grato per l’accoglienza del nostro paese e chi si sente ancora escluso e ostacolato. Il regista decide poi di non tagliare nel montaggio i numerosi tentativi di strappare un’intervista a un passante, originario del Ghana, che pretendeva di essere pagato al minuto suscitando l’ilarità di tutta la troupe.

Le opinioni riguardo all’immigrazione si fanno invece un po’ più compatte quando il regista newyorkese  decide di raccoglierle dagli italiani che popolano il quartiere piemontese: l’immagine che emerge almeno all’inizio è quella di un quartiere in cui il multiculturalismo sembrava funzionare fino a qualche anno fa, per poi sfociare in una completa mancanza di integrazione tra chi in quella piazza ci vive da mezzo secolo e chi è appena arrivato (immagine certo un po’ falsata dall’intervista ai fondatori di CasaPound che, come è logico che sia, espongono il proprio manifesto politico). Qualcuno che fa eccezione però c’è come la curiosa coppia di gestori di un bar (un’ottuagenaria romana e un ragazzo senegale che vive nella capitale dal 2004). Sono poi tante anche le storie di immigrati che nella splendida cornice della piazza più grande di Roma sono riusciti almeno a cavarsela, dal negoziante bengalese alla ristoratrice cinese.

Ferrara cerca insomma di dare un colpo al cerchio e uno alla botte, senza dipingere il quartiere piemontese come un esempio idilliaco di convivenza tra popoli ma senza nemmeno parlare di uno stato emergenziale. Non vuole fare critica sociale e non vuole fare un’inchiesta, optando per un approccio più semplice e leggero che rende però il documentario meno pregnante e carico di contenuti di quanto ci si possa aspettare. Volendo di fatto fare una fotografia un po’ romantica e un po’ decadente della piazza capitolina, Ferrara confeziona un documentario apprezzabile e arricchito da qualche piccolo colpo di genio, ma certamente non destinato a rimanere nella memoria dello spettatore.