La SIC 2017 di Venezia 74 inizia ufficialmente il secondo giorno, con la presentazione di Pin cushion, primo lungometraggio di Deborah Haywood, proiezione speciale fuori concorso.

Lyn e sua figlia Iona si trasferiscono in un sobborgo inglese cosicchè lei possa frequentare la nuova scuola. Dopo un inizio complicato, Iona stabilirà un rapporto con alcune delle sue compagne di classe mettendo in crisi il rapporto con la madre, la quale sarà costretta a un gesto estremo per rimediare.

Iona è un’ingenua ragazza di campagna cresciuta con una madre single e bizzarra, gobba e zoppa che sopporta lo scherno per far crescere la figlia protetta da questo genere di preoccupazioni. Con esse dovrà comunque confrontarsi quando, bisognosa di riconoscimento, proverà a piacere al trio di amiche/oche guidato da Kaely, il solito stereotipatissimo gruppetto di ragazze viziate e smorfiose.

E pure Pin cushion è un po’ viziato e smorfioso, giochicchia con i topoi del genere fingendo di infrangerli e deriderli quando li avalla nella creazione di un dramma grottesco che però poche volte riesce a comunicare davvero qualcosa. L’alternanza iniziale tra l’impacciata Iona e il suo apprezzatissimo alter-ego dei sogni si rivela più veritiera di quanto non voglia essere, usando l’espediente del classico scenario trash (luci sparate, messa in scena posticcia) fin troppo spesso con l’unico risultato poi di sottolineare la scarsa carnalità della parte narrativa. Quasi a volersi nascondere dietro l’ammissione e l’autoironia, l’opera prima di Haywood risulta timida, indecisa.

Però, a onor del vero, differentemente da Iona, che da indecisa subisce una trasformazione negativa, Pin cushion con il trascorrere del minutaggio migliora, si rafforza. La spirale di fantasie e bugie da cui entrambe le protagoniste vengono risucchiate non solo prosegue in una climax discendente, ma riesce a dare più significato alle varie scelte perché abbandona progressivamente l’aspetto apologetico per andare a fare da colonna vertebrale alla vera anima del film, ovverosia la morbosità del rapporto tra Lyn e Iona, e la comprensione da parte della prima del peso che esercita sulla figlia: da gobbuta a gobba della figlia, probabilmente incapace di riuscire a risolvere la situazione senza un sacrificio da parte della madre.

Perdiamo troppo tempo (già poco, poichè stiamo parlando di 85′) a inseguire le avventure di gioventù, spesso veicolate con un uso del ralenti solo falsamente ironico che tradisce la pochezza della messa in scena, e le parentesi con le mean girls di Saint Ann’s tra un’umiliazione inflitta e una subita.

Nei minuti finali certo viene fuori tutto il grottesco, il disgusto presente nel film, ma non basta in primo luogo a colmare le lacune di cui sopra, lo scarso spirito fra tutti, e in secundis, nonostante il crescendo della prestazione attoriale di Joanna Scanlan/Lyn, viene totalmente distrutto da un lieto fine forzato e borghese francamente evitabile che ripropone in un solo colpo tutta l’incertezza accumulatasi nella prima metà dell’opera.