Finisce così non troppo tempo fa anche la seconda annata per Preacher, quest’anno in qualità di serie di punta con tredici episodi, un budget più consistente e una svolta radicale nell’impianto narrativo. La creatura di Seth Rogen e Evan Goldberg tratta dal fumetto firmato dalla coppia Ennis & Dillon dopo una prima stagione palesemente di rodaggio, atta a porre le basi per garantire un successo a un seguito più vicino allo scopo originario dell’opera, deve riconfermarsi come un’opera dalla spiccata natura ibrida in grado sia di far divertire che di saper dipingere una trama orizzontale credibile dal punto di vista drammatico. Qui di seguito una piccola disamina di quanto successo quest’autunno sugli schermi della AMC.

Il plot

C’è poco da dire: forte dunque tanto di un buono zoccolo duro di spettatori quanto di un magari non così utile ma pur sempre pittoresco endorsement della Chiesa di Satana, la serie riprende lì dove l’avevamo lasciata, ovvero con i suoi tre protagonisti definitivamente partiti alla ricerca di Dio, cioè a bordo di una scassata auto d’epoca con una discreta riserva di fumo e verso una non meglio precisata destinazione. In teoria il vero punto di partenza per una serie del genere, in pratica una dichiarazione simbolico-programmatica in più da disattendere andando a soffocare la stravaganza delle storyline tra spazi chiusi dopo le prime due paia di episodi.

La serie

N.B. Da qui in poi potrebbero essere trattati fattori che urtano al sensibilità altrui, come il vilipendio della religione o – per la stragrande maggioranza – gli spoiler.

La follia imperante della prima coppia di puntate (le uniche ad avere un contributo diretto – in questo caso alla regia – di Rogen) purtroppo funziona solo come specchietto per le allodole che dietro di sé rivela non solo tutte le vecchie piccole falle della serie ma anche tutto un altro caravanserraglio di difetti, mancate intese e preoccupazioni per l’immediato futuro. Ma ritornando sul pezzo, dopo appunto un avvio action e dinamico che ci riporta nello spirito a metà tra surreale e grottesco di cui la serie si fregia ma che non possiede ancora appieno e una chiusa veloce seppur di classe per le vecchie linee narrative lasciate in sospeso (rocambolesche fughe dalla polizia texana, Fiore riciclatosi come prestigiatore), con l’instradamento del main plot emergono tutte le difficoltà ereditate da quel finale.

All’epoca tutti plaudimmo quella tragicomica esplosione che in una manciata di secondi ci liberava di tutto quell’insieme di personaggi superflui, ma questa scelta, oltre al retrogusto dolceamaro di aver visto dieci episodi per nulla, scaricava sulla seconda stagione il barile della caratterizzazione dell’organico dei personaggi. Infatti dal quarto capitolo stagionale ci ritroviamo daccapo arenati (perché in fondo non conosciamo nessuno, Jesse a parte) alle presentazioni di Tulip e Cassidy e all’introduzione dei nuovi personaggi (Herr Starr, i luogotenenti del Graal, etc.).

Andando con ordine, la storyline di Tulip non funziona non solo perché il frettoloso background che le viene fornito è già dimenticato verso al fine della stagione, senza aggiungere nulla al personaggio, ma anche perché non fornisce nessuna nuova informazione sul suo rapporto con Jesse, che invece viene continuamente tirato in ballo visto il triangolo che ci dovrebbe essere tra i protagonisti. Uno dei punti più bassi della stagione, considerando che oltre alla noia poco tempo dopo sopraggiunge pure la rabbia; già la qualità attoriale qui è poca, se poi ci mettiamo a sprecare anche i Paul Ben-Victor… Non tanto meglio va a Cassidy, che si vede confezionare una linea narrativa con qualche potenzialità in più ma gestita sempre male: padre di un figlio mortale e ormai morente, mette comunque su schermo un lato del personaggio sì interessante ma senza sbocchi effettivi, tanto che solo la prestazione di Joseph Gilgun tiene sveglia l’attenzione dello spettatore sulla vicenda.

Il tema della direzione degli attori infatti si fa sentire nella serie, dove il lato umoristico, che partendo da taboo e politicamente scorretto dovrebbe decollare, invece stenta appena sospinto dal vento a causa della mancanza di alchimia tra gli interpreti. Come detto prima, solo Gilgun ha l’estro necessario e finisce inevitabilmente per dover sostenere tutta la linea comica della serie, anche se qualche momento ben costruito che strappa una risata tra un episodio e l’altro si trova sempre.

Tuttavia non è nemmeno vero che Preacher proprio non abbia dei meriti. La svolta on the road per quanto limitata ha portato energia e colore alla serie, soprattutto nella prima metà (sicuramente meglio della seconda nonostante tutto), capace di trattare senza troppa confusione un conflitto tra lo sgangherato trio e un nemico virtualmente invincibile, il Santo degli Assassini, introducendo un altro nodo nella narrazione con buone potenzialità: stiamo parlando del mercato voodoo delle anime, che da traffico di provincia ora sta venendo monopolizzato da una multinazionale cinese. Senza contare inoltre che il personaggio viene tenuto in caldo con stile, pronto giocare altri ruoli importanti.

Nel troncone seguente teoricamente le buone possibilità non mancano: il Graal, un po’ organizzazione cripto-fascio-cattolica, un po’ Nuovo Ordine Mondiale del discount, per quanto scolasticamente introdotta porta alla luce alcune delle figure chiave del futuro della serie, come Starr (più “fascio” che “cripto” o “cattolico”) o Lara (che con l’assistente ha una buona carica di umorismo nero, nonostante il suo personaggio esista solo in funzione della “quota gnocca”) che – finalmente – stanno indirizzando la narrazione verso i binari della vera trama orizzontale.

Quel che manca però a Preacher non è tanto un fattore singolo, quanto la capacità di tenere assieme i fattori singoli, cioè è debole nella forma, non nella sostanza; anzi, forse di quest’ultima ve n’è anche troppa, il fatto è che è malgestita. Dalla rocambolesca fuga di Eugene dall’Inferno, alla conseguente reintroduzione di Hitler/Noah Taylor nel mondo reale, alla struttura dell’Inferno stesso, passando lo strapotere politico-economico del Graal fino alla comicità dissacrante, c’è bisogno solo di un po’ d’ordine – anche se una regia che sappia valorizzare di più i personaggi sarebbe una miglioria gradita.

Regia che comunque con più di un mestierante ha avuto qualche guizzo (dalla tecnica di ripresa della scazzottate ad altre scene d’azione), al contrario della sempre più stagnante “blasfemia”: per carità, riuscire a essere dissacranti a XXI secolo inoltrato non è facile e un Dio-dalmata-sadomaso e un erede di Gesù in versione Mi chiamo Sam sono dei buoni punti di partenza, però questo genere di cose deve entrare a far parte della natura stessa di Preacher e non venir fuori solo con sketch isolati. In soldoni, non deve avere dei momenti blasfemi in una narrazione solida, ma costruire una trama egualmente dissacrante e convincente dal punto di vista drammaturgico.

Cosa aspettarsi dalla terza stagione

In sostanza, perché Preacher nonostante tutti i buoni presupposti non è riuscito a decollare? La seconda fase della seria è stata più che altro una stagione 1.5 con il compito di una normale stagione d’apertura appesantita dalle conseguenze della “stagione 0”. Quanto di buono c’è va razionalizzato nella terza stagione (il rinnovo della quale è arrivato in concomitanza con la messa in onda del season finale, a ulteriore testimonianza del fatto che in casa AMC non va tutto alla perfezione) onde evitare di tirare eccessivamente la corda ed essere ancora in fase di rincorsa o preparazione dopo una trentina abbondante di episodi.

Un buon punto di partenza potrebbe essere fornito dalla linea narrativa l’Angelle e dal legame della prima fanciullezza di Jesse con la resistenza redneck rural-tradizionalista all’ingresso delle grandi corporazioni cinesi nel mercato animistico, ma prima di tutto per portare Preacher ai livelli che merita serve un cambio sistematico di strategia e di mentalità, anche se ormai potrebbe essere troppo tardi per una tale trasformazione d’approccio: rimane solo da sperare di non avere a che fare con un prodotto zoppo per tutto il suo protrarsi in TV.