I pregi del racconto breve ne “I difetti fondamentali” di Luca Ricci

Una lezione di stile in quattordici short stories di grande qualità, con un occhio alla tradizione migliore

Italo Calvino, nelle sue Lezioni americane, aveva pochi dubbi:”Sono convinto che scrivere prosa non dovrebbe essere diverso dallo scrivere poesia; in entrambi i casi è ricerca d’un’espressione necessaria, unica, densa, concisa, memorabile”.

Principio che purtroppo, nell’attuale produzione letteraria, trova rari proseliti e poco mercato; specie se il terreno ove tale principio conosce l’applicazione più naturale, e cioè il racconto breve, è confinato da decenni ai margini dell’offerta editoriale, almeno in Italia; mentre fra i più, a leggere blog e social ove si parli di libri, pare invalsa l’idea che fra “breve” e “lungo” conti solo uno spartiacque quantitativo, con il secondo legato a un tempo adeguato di empatia con un monolite di pagine da digerire, dietro un “come va a finire” dilazionato nel tempo per cui valga la spesa; e il racconto, al contrario, siccome finisce troppo presto, vale un “cogito interruptum”, o qualcosa di simile.

Così, quando ci si imbatte un libro che recita in copertina “L’arte del racconto al suo meglio”, per i tipi di un editore di fama, vien voglia di dare un’occhiata. Ed è un piacere rilevare che le quattordici short stories de I difetti fondamentali di Luca Ricci (Rizzoli, 2017), autore pisano con un curriculum letterario di tutto rispetto (a partire dal Premio Chiara vinto nel 2006 per la raccolta L’amore e altre forme d’odio), offrono un autentico compendio di tecnica narrativa concentrata sul “breve”, non certo inteso come capienza del contenitore, ma come specificità di genere letterario; con un occhio vigile alla lezione di modelli precisi, a partire da Flaiano (che dà anche il nome al protagonista di uno dei racconti più belli, Il manierista) e Buzzati (che riaffiora come affabile interlocutore letterario in un’allucinazione de Lo stregato); ma soprattutto dosando con perizia la dimensione metaletteraria che attraversa i quattordici quadri, con i vari personaggi assorbiti in vario modo da una declinazione maniacale del proprio rapporto fra vita e scrittura.

Sullo sfondo, l’empatia irresistibile con un certo “rasoterra” animato e coloratissimo del sottobosco letterario romano, così caro a Flaiano, rende le pagine di Ricci autentiche chicche per palati fini; ove il “memorabile” delle succitate categorie di Calvino si concretizza, a nostro avviso, nella messa a fuoco precisa delle dinamiche interiori dei protagonisti, nel loro dialogo ininterrotto con le proprie ossessioni, vero motore degli accadimenti (reali o presunti) che forgiano ogni singola struttura narrativa.

Ci pare che aleggi, in queste sezioni introspettive di grande efficacia e impatto formale, il richiamo alla lezione probabilmente più alta del Calvino narratore breve, quella de Gli amori difficili; soprattutto la capacità di condensare, attraverso appunto densità e concisione di scrittura, gli elementi essenziali per la costruzione di un mondo interiore perfettamente compiuto; il che rende alcuni personaggi davvero memorabili, in un libro che ci sentiamo calorosamente di consigliare.