Primavera dei Teatri: a Castrovillari tre assoli d’autore

Come sempre, Primavera dei Teatri, il festival organizzato e promosso dalla compagnia Scena Verticale a Castrovillari, in provincia di Cosenza, è un sismografo attendibile delle nuove tendenze del teatro italiano, e in particolare – ma non solo – di quello meridionale. Tra i tanti spettacoli proposti, molti dei quali avranno poi altre destinazioni dopo il debutto calabrese, questa volta se ne scelgono tre, per il particolare interesse che hanno suscitato in chi scrive e per l’essere tutti degli one man show, cioè lavori per attore solo.

Il primo è Codice nero, scritto e interpretato da Riccardo Lanzarone, attore giovane ma già maturo al punto da creare un affresco strepitoso di una Sicilia del nostro recente passato, dove prende vita la storia di Salvatore Geraci, detto ‘Ricotta’, ‘fuochista’ o ‘artificiere’ ricoverato in un ospedale che ha le sembianze inquietanti di un non luogo beckettiano. Emergono, evocate dalla voce narrante – coadiuvata in perfetta sintonia dalla tromba struggente e ‘parlante’ di Giorgio Distante, che veste anche i panni muti dell’infermiere/carnefice – il lavoro in fabbrica, a contatto con la polvere da sparo, mescolato a ricordi dolenti e lieti, a una strenua e incisiva (oltre che un po’ ingombrante) figura paterna, a lacerti di un’esistenza trascorsa. E compare ancora l’incombente proverbiale malasanità che affligge i poveracci, unita alla condizione pesante e definitiva della malattia. Lanzarone è bravissimo nel dispiegarsi in volti e ruoli diversi, tenendo sempre salda e comprensibile la dimensione del racconto, anche grazie a una drammaturgia agile e penetrante, che mescola l’italiano al vernacolo. Uno spettacolo mozzafiato quello portato a Primavera dei Teatri, che alterna i diversi registri della recitazione in modo magistrale.

Tutt’altro tipo di atmosfere evoca invece l’anteprima nazionale di Pedigree al festival Primavera dei Teatri, dove l’ideazione drammaturgica di Enrico Castellani e Valeria Raimondi, al secolo Babilonia Teatri, indaga con il consueto rigore il tema spinoso del seme maschile ‘prestato’ a una delle due madri di un ragazzo, che è il protagonista e che lo stesso Castellani, autore del testo, rappresenta in scena. Come sempre, la compagnia veronese si prende in carico l’argomento senza fare sconti e indagandolo nelle sue mille sfaccettature e contraddizioni, compresa la metafora – non troppo metaforica – dei cinque polli arrostiti in diretta, a simboleggiare i cinque figli di questo fantomatico donatore di vita. «Pedigree – si legge nella presentazione – racconta di come le nostre dita corrano veloci su schermi e tastiere ma le nostre menti e i nostri costumi siano impregnati di quell’odore di naftalina che abbiamo ancora nel naso»: è una descrizione esauriente dell’allestimento, che riunisce denuncia, escavo dei pregiudizi, domande senza risposte, tutti elementi che caratterizzano sin dall’origine il gruppo nel suo sempre più articolato percorso di ricerca. L’omosessualità comunemente e tuttora percepita come diversità è solo uno degli aspetti di un lavoro che percorre tutti i tasselli della complessità.

Terzo, infine, lo spettacolo di Primavera dei Teatri forse più potente e appassionante dell’intera rassegna, Masculu e fiàmmina di Saverio La Ruina, che ha debuttato a Milano in dicembre dopo un lavoro di residenza al Wolderland Festival di Brescia di poco precedente. Dopo il magnifico duetto di Polvere, che aveva interrotto lo stile monologante di lavori celebrati e pluripremiati come Dissonorata, La borto e Italianesi, l’autore-attore – anche artefice e anima della manifestazione insieme a Dario De Luca e Settimio Pisano – ritorna all’assolo per dare voce alla confessione postuma di Peppino, nella quale, parlando alla tomba della madre, le confessa appunto la propria omosessualità. Come di consueto, nel caso dell’artista lucano-calabrese è improprio e riduttivo parlare di monologo: dalla sua bocca e dalla sua mimica esce infatti una serie fittissima di personaggi, che prendono vita in scena esclusivamente grazie all’evocazione narrativa. È un trionfo di figure, che costellano la storia di quest’uomo, ormai nella fase declinante della sua vita, e che descrivono, come già negli spettacoli del passato, l’universo concentrazionario della provincia meridionale. Ma c’è spazio anche per i primi turbamenti infantili, e poi per l’amore, prorompente e assoluto, che il protagonista conosce lontano dalla sua terra d’origine, nella luminosa Rimini, dove si trova a lavorare. La madre è il punto di riferimento costante, il dialogo in absentia prende sempre più corpo mano a mano che si delineano i vari quadri di quest’esistenza mite e semplice, gli orrori e i crimini della discriminazione, gli ammiccamenti a una verità mai denunciata ma sempre compresa in silenzio (come sempre accade) dall’amore materno. E Saverio veleggia in questa tranche de vie emozionando il pubblico, mentre si declina, progressivamente, quello che sembra il vero tema della pièce, un’analisi malinconica e mai retorica o compiaciuta sulla solitudine. È questa condizione, a conti fatti, che prevale sul discorso, pur presente e importante, delle personali e legittime scelte sessuali. La solitudine come dramma, che coinvolge tutti e tutti accomuna in qualche momento della vita.

 

 

Riccardo Lanzarone in Codice nero.
Babilonia Teatri.