Delphine Dayrieux ha scritto un bestseller autobiografico che scava attorno al suicidio della madre e riceve lettere anonime che l’accusano di aver vampirizzato la famiglia per la fama, rendendo pubblico ciò che sarebbe dovuto restare privato. In preda all’angoscia da pagina bianca, turbata e sovraccaricata dalle aspettative che tutti hanno per il suo prossimo libro, rifiuta l’invito del fidanzato, giornalista televisivo che dialoga con Amos Oz, e Don De Lillo, a rifugiarsi nella casa di campagna, luogo giusto per lavorare. Una sera a una festa conosce Elle, una sua ammiratrice dallo sguardo enigmatico e seduttivo e dalle parole ricercate che paiono uscite da un libro; Delphine ne rimane affascinata. Di professione ghostwriter, Elle nei giorni successivi si fa trovare più volte sulla strada della scrittrice, diventando presto una cura necessaria al suo profondo smarrimento; ma la cura sembra intrappolare Delphine in una rete perversa in cui si intrecciano realtà e finzione, vittima e carnefice, sfruttatore e sfruttato.

Roman Polanski con Olivier Assayas scrive la trasposizione cinematografica del romanzo di Delphine de Vigan, una storia che porta in sé tematiche care e ricorrenti nella filmografia del regista: le distorsioni della realtà, il doppio, l’inganno e la manipolazione estrema. Al centro, indubbiamente una novità, un corpo a corpo tutto al femminile giocato dalla coppia Seigner-Green, saldata da un’iniziale corrente erotica che viene raffreddata poi per un diverso sviluppo.

Una messa in scena che ha il sapore del cinema classico, subito dichiarato quando l’apparire di Elle, stretta in un primo piano tutto occhi e labbra rosso fiamma, è sottolineato dalle note di Alexandre Despalts, una convenzione che accompagna per mano lo spettatore lungo la storia. Un impianto da thriller, la cui efficacia è messa in crisi dall’assenza di gradualità e dai troppi riferimenti che danno vita a un patchwork che si sostanzia delle opere dello stesso Polanski con incursioni altrove: nella Eva contro Eva di Mankiewicz, in Misery deve morire di Rob Reine, in Notorius di Hitchcock.

La tenzone tra le due donne si tinge di caricaturale, in un crescendo sopra le righe che smorza sino ad annullare la suspense. Elle si presenta subito come una maschera inquietante; è evidente che da lei non verrà nulla di buono, ma la scrittrice non se ne accorge; eppure una creatrice di fiction dovrebbe esserci avvezza. Delphine cade nella trappola, poi dalle scale e, arrendevole, consuma senza resistenza le pastiglie di Xanax che le vengono offerte e che la fanno sprofondare, avvolta in un plaid, nell’apatia. Rischia molto Delphine? No, si scopre presto che ha un secondo fine e la situazione pare ribaltarsi. Nonostante mattarelli distruttori, velenose cioccolate calde scagliate e rischiose discese in cantina, forse è lei ad avere in mano il gioco, ma intanto in sala lo spettatore ha messo insieme tutti i pezzi e si domanda il perché di tutto questo.

Dopo le felici prove registiche e interpretative di Carnage e La venere in pelliccia c’è delusione, accompagnata dalla considerazione che il reiterato gioco del dubbio tra realtà e finzione assume qui il valore di posticcio espediente per tenere insieme e superare le fragilità della storia.

Titolo originale: D’après une histoire vraie
Nazione: Francia, Belgio, Polonia
Anno: 2017
Genere: Drammatico
Durata: 110′
Regia: Roman Polanski
Cast: Eva Green, Emmanuelle Seigner, Vincent Perez, Dominique Pinon, Damien Bonnard, Noémie Lvovsky, Josée Dayan, Camille Chamoux, Brigitte Roüan, Mathilde Ripley
Produzione: Belga Films Fund, Belga Productions, Wy Productions
Distribuzione: 01 Distribution
Data di uscita: 01 Marzo 2018 (cinema)