“Quit Staring At My Plate” di Hana Jusic

Quit Staring at my Life!

Siamo a Sebenico, cittadina dalmata affacciata pigramente sul mare, dove pigramente scorre la vita della giovane Marijana, incastrata in una famiglia morbosa e disfunzionale, alla ricerca di una esistenza che si elevi dal mero automatico scorrere dei giorni.

L’esordio della croata Hana Jusic va assaporato lentamente. Così come lentamente si infittisce la trama e lo spessore della sua sconsolante vicenda familiare, fra un padre autoritario, una madre disadattata e burbera, un fratellone mentalmente immaturo e la povera Marijana che cerca (unica con un lavoro decente) di portare avanti il carrozzone. Un film che parte lineare e anodino acquista invece dimensioni e profondità venate da un giusto ed “umanitario” cinismo.image
Parte lentamente, si diceva, e infatti la tentazione di derubricare Ne gledaj mi u pijat (letteralmente: smettila di guardare il mio piatto) a filmetto di pura vicenda minimalista senza costrutto, lo confessiamo, ci era venuta. Ma dopo un primo quarto di film in cui la Jusic “apparecchia” le sue portate e mette i commensali a sedere attorno alla mensa imbandita, ecco che arrivano le pietanze più pepate e il banchetto si trasforma in un pranzo avvelenato e quasi in un’ultima cena.
Sì, perché quando a sciagure si accumulano sciagure (l’infarto del padre, già di per sé inutile e invadente da persona sana) il rischio che la storia si appiattisca in una sequela di micro-drammi venati di facile patetismo ti si para davanti concreto. Invece l’esordiente croata riesce ad avere un bel colpo di coda, decidendo a quel punto di mettere tutto sulle spalle della sua primattrice, Mia Petricevic, che diventa vettore e parafulmine di una congerie di tristezze e meschinità casalinghe senza fine, ma anche per contro catalizzatrice di energie vitali eversive, ribelli, e in buona sostanza, antropologicamente salvifiche.image Ed è sulle solo apparentemente gracili spalle di Marijana/Mia che il film acquista lo spessore di una parabola di maturazione attraverso l’esperienza del dolore, di affermazione del sé per mezzo dell’imposizione del proprio io: Marijana prova a slegarsi dai cordoni ombelicali castranti del suo nucleo familiare derelitto, si concede liberamente sesso e conoscenze casuali, impara ad imporre il proprio tornaconto egoistico sul posto di lavoro, anche a scapito delle colleghe e in barba alle logiche sindacali di mutuo soccorso. Si libera. Acquista forma. Diventa insomma un EGO, un’unità ed un’entità autonoma, che al di là di ogni valutazione morale (è giusto che si dia a un liberatorio sesso di gruppo? è giusto che altri vengano licenziati per colpe sue?…non ci interessa giudicarlo) ci offre in fieri la lenta e dolorosa creazione di una persona autonoma, di una intelligenza e volontà che si impongono (darwinianamente?) sugli altri.
La Jusic sfrutta sapientemente la metagfora del cibo (da cui il titolo), che rimane ossessione e unica soddisfazione per gli altri personaggi, mentre Marijana si oppone al tran tran alimentar-fecale di quelle tane animali rappresentate da cucina e stanze da letto, e prova a dimostrare con i fatti che oltre allo stomaco il suo corpo ha cervello, occhi e gambe e sesso. Oltre l’automatismo della nutrizione maniacale e necessaria, la ragazza si riappropria dell’integralità di atti e parti del corpo che in lei erano stati castrati dal principio di autorità: sua nuova, sanamente autoreferenziale bussola, sarà il principio del piacere e della scoperta pluridimensionale che esula dal canale esofageo. Ecco che potremmo rinominarlo “Stop Staring at my Life”: basta guardare la vita, è il momento di viverla.

image Oltre l’apparenza casuale di una ripetizione di giorni ed episodi, si intravvede dunque chiara un’evoluzione, una sfida d’istinto e rabbia alla miseria umana e alla sventura di nascere decentrati e in svantaggio antropologico.

Marijana, con i suoi occhi cerchiati, una bellezza androgina e incerta, con il suo dinoccolato andamento su percorsi pre-scritti, prova alla fine (il risultato è anch’esso incerto, ma almeno ci prova) ad uscire dalla traiettoria stabilita per lei dal destino: questo Negledaj è un tentativo in buona parte riuscito di andare oltre le orbite imposte, di affermare una propria guida e un proprio itinerario edonista-egoistico. Coraggiosa sterzata di una regista che seguiremo anche nei suoi prossimi tentativi di fuga.