“Réparer les Vivants” di Katell Quillévéré

Un cuore matto

Presentato nella sezione Orizzonti della 73. edizione della Mostra del Cinema di Venezia, Rèparer les vivants, tratto dall’omonimo romanzo di Maylis De Kerangal, è il terzo lungometraggio della giovane regista francese Katell Quillévéré, già candidata al premio César nel 2013 per il film Suzanne. Si tratta di un intenso dramma che gravita attorno a temi come la malattia, la guarigione, il destino e la fatalità.

Il film si apre con quello che sarà l’evento scatenante per tutti gli avvenimenti narrati in seguito: l’adolescente Simon, di ritorno da una mattinata passata a fare surf con un gruppo di amici, rimane gravemente ferito a seguito di un incidente stradale. Quando sua madre Marianne (Emmanuelle Seigner) e suo padre Vincent (Kool Shen) saranno messi a conoscenza dello stato del figlio, ormai in morte cerebrale, dovranno prendere a carico la dura decisione riguardo al suo fine vita.

Intanto, dopo l’ennesimo attacco cardiaco, la cardiopatica Claire, tornata a vivere coi suoi figli, cerca di chiudere tutti i conti in sospeso nella sua vita, in attesa di un trapianto di cuore di cui, però, non ha alcuna certezza. Con l’avanzare della trama, le due storie si incontreranno impattando in modo significativo l’una sull’altra.

Realizzare un film sulla morte e sulla malattia non è mai facile, soprattutto in un periodo in cui questo tipo di film è diventato un vero e proprio sottogenere del genere drammatico, affollando le sale di pellicole su cardiopatici, chemioterapici, arteriosclerotici e chi più ne ha più ne metta, pellicole che spesso, più che aiutare a sensibilizzare l’interesse del pubblico per queste tematiche, banalizzano un argomento così serio optando per un approccio mieloso e ai limiti dello scontato. Ma, nonostante non sia un film privo di difetti, non è questo il caso Réparer les Vivants.

Infatti, senza svelare troppo della trama, possiamo dire che il tema della malattia e della guarigione è trattato in modo generale e simbolico; il film non si concentra eccessivamente sulla malattia in sé, ma sul senso stesso del curare una persona, su quello che un gesto del genere implica e richiede. Molto spazio infatti viene dato a personaggi come i medici e gli infermieri che lavorano nell’ospedale in cui è ambientata gran parte del film, analizzando a fondo tanto la loro psicologia quanto loro vita privata, privandoli di quell’aura di anonimato che circonda non solo i medici del grande schermo, spesso freddi e poco caratterizzati, ma anche, per necessità deontologiche, i medici che incontriamo tutti i giorni.
Come detto però, il film non è privo di difetti, in quanto, nonostante il messaggio espresso sia importante e originale, non viene sviluppato a sufficienza e ad esprimerlo troviamo una trama semplice e quasi scarna. Tuttavia, se la struttura narrativa può lasciare a desiderare, non si può dire altrettanto del lato tecnico, con colpi di genio che vanno dalle frequenti, lentissime dissolvenze tra una scena e l’altra, che sovrappongono gli elementi di un’inquadratura al paesaggio di un’altra (una su tutte la scena immediatamente precedente all’incidente, in cui i mulini a vento sembrano galleggiare nel mare) ai tanto scioccanti quanto sbalorditivi primissimi piani sulle operazioni a cuore aperto.
In conclusione, il film riesce a conciliare in maniera sublime il tema trattato dalla sceneggiatura con immagini potenti e suggestive, presentando però sia una sceneggiatura lenta che una struttura narrativa estremamente semplice, che certo non giovano alla godibilità del film, ma non impediscono al prodotto di risultare più che apprezzabile.