Fra le produzioni artistiche in vario modo legate al “Giorno della memoria”, che il 27 gennaio di ogni anno (giorno della liberazione di Auschwitz) commemora le vittime dell’Olocausto, le novità letterarie assumono un ruolo di particolare rilievo; forse perché i libri ancora resistono, nell’immaginario collettivo, come “depositi di senso” sottratti all’immaterialità digitale del web, e quindi essi stessi veicoli e produttori di memoria a oltranza; manufatti ostinati, chiusi in un involucro molecolare ancora duro a piegarsi a bit e chip. E forse, fra le opere letterarie che meglio offrono il proprio contributo alla causa, il romanzo storico può rappresentare oggi la scommessa potenzialmente più efficace; di fronte al venir meno fisiologico di testimoni o scampati ancora in grado di agganciare la propria scrittura memoriale alla storia, l’asse della significatività si sposta sulla “memorabilità” dell’opera d’arte, come può esserlo un romanzo ove storia e poesia disegnino, per l’appunto, un emozionante intarsio di interdipendenze, e per questo difficilmente dimenticabile.

È questo il caso della fatica di Rosella Postorino appena data alle stampe, Le assaggiatrici (Feltrinelli, 2018). Ci spiega l’autrice nella Nota finale del libro: “A settembre del 2014 lessi su un giornale italiano un trafiletto a proposito di Margot Wölk, l’ultima assaggiatrice di Hitler ancora in vita. Frau Wölk aveva sempre taciuto riguardo alla sua esperienza, ma all’età di novantasei anni aveva deciso di renderla pubblica. Il desiderio di fare ricerche su di lei e la sua vicenda fu immediato. Quando, qualche mese dopo, riuscii a trovare il suo indirizzo a Berlino, con l’intenzione di inviarle una lettera per chiederle un incontro, appresi che era morta da poco. Non avrei mai potuto parlarle, né raccontare la sua storia. Potevo però provare a scoprire perché mi avesse colpita tanto. Così ho scritto questo romanzo”.

Il compito di assaggiare il cibo destinato a Hitler, esponendosi ad ogni pasto all’eventuale veleno diretto al Führer in una partita fatale, attraverso l’imbuto dei sensi rovesciato sulle reazioni del proprio corpo, rappresenta forse un’esperienza soggettiva collaterale e trascurabile, rispetto alla disumanità tragica di quegli anni; tuttavia per l’autrice di Corpo docile (Einaudi, 2013), opera ove cinque anni fa già aveva dato ampia prova di saper accordare un sapiente strumentario stilistico al topos di un personaggio femminile dilaniato e soccombente, l’immedesimazione con un’ “assaggiatrice” del Führer si fa terreno di coltura per un’operazione letteraria di grande impatto, dove tragedia collettiva e singolo rivolo di esistenza scorrono in un unico flusso significante, nel moto retrogrado di uno sguardo volto a comprenderlo. Merito dell’uso sapiente di un gioco di inquadrature attento, quasi cinematografico, che associa al batticuore straniante e impersonale dei campi lunghi l’affioramento del singolo dettaglio sensoriale, in un contrappunto insistito fra Storia e microstoria, deriva del Tutto e grumo di pelle superstite. Come quando per descrivere l’incubo della sala mensa di Krausendorf, la ventiseienne protagonista Rosa Sauer accosta, all’inizio del libro, il colpo d’occhio di un déjà vu , come un fantasma rivelatore che prende corpo dagli innocenti ricordi di scuola: “In classe, avevo cercato una crepa nel muro, una ragnatela, una cosa che potesse essere mia come un segreto. Gli occhi avevano vagato per la stanza, che sembrava enorme; poi avevo notato un frammento di battiscopa mancante, e mi ero calmata. Nella mensa di Krausendorf, i battiscopa erano integri.” Un libro importante e di raffinata fattura, che ci sentiamo calorosamente di consigliare.

Rosella Postorino, Le Assaggiatrici, Feltrinelli 2018, pp286 € 17