Il sacro, il femminile e il dialetto in L’è morta ma ghe bàte el còr

Una cinquantina di spettatori, disposti direttamente a sedere sul palcoscenico come a ricreare un cerchio, lasciando liberi solo gli spazi in corrispondenza dei quattro punti cardinali: così è iniziato lo spettacolo L’è morta ma ghe bàte el còr, andato in scena venerdì 13 aprile presso il Teatro Villa Belvedere di Mirano.

Un lavoro, curato da Cristina Palumbo dell’associazione Echidna, che ha dato voce alla storia di una giovane donna di un paesino della provincia veneta, che nel 1948 vede la Madonna che le predice il giorno e l’ora della morte. Da quel momento in poi comincia un afflusso crescente di pellegrini e curiosi, che muovono l’economia del posto, fino al giorno e l’ora designati. La santa non muore, ma quaranta giorni dopo resta misteriosamente paralizzata alle gambe ed è costretta a vivere reclusa in casa. Susanna Bissoli, autrice e attrice, è venuta a conoscenza di questa vicenda dal padre, la cui voce con una breve “intervista” viene fatta sentire al pubblico verso la fine dello spettacolo, una scelta stilistica molto interessante che avvicina ancora di più gli ascoltatori alla narrazione. In scena Susanna assieme a Rosanna Sfragara e a una bambina, Luna Bressan, che si muovono sul palco tra brevi danze teatrali, canti e soprattutto parole, sia in italiano che in dialetto della Bassa Veronese, lingua dei protagonisti originali.

Si percepisce fin da subito la necessità e la gran voglia di raccontare questa storia, in cui si intersecano la dimensione del sacro e quella del femminile: il sacro perché parla delle visioni di una santa e di una folla che si raduna in attesa del miracolo, ma soprattutto il femminile perché le donne in scena si confrontano con la malattia, il corpo, la morte e soprattutto l’attesa della fine. Il teatro in questo caso si configura come l’unica via per esprimere le forti emozioni che questa storia aveva suscitato in Susanna Bissoli, che infatti afferma: “ci voleva il teatro per raccontare questa storia…ho capito che l’unico modo per raccontare la storia della “santa” era partire da certi pezzi che andavo ritrovando della mia, per attraversare la sua anche da dentro, come i colori di un prisma, per nostalgia di quel filo di luce.”