Secondo Angius, Schumann è il più attuale dei contemporanei

L’esecuzione della Prima Sinfonia di Marco Angius accende il pubblico del Teatro Malibran, Venezia

Dopo averle incise per la prima volta con l’Orchestra di Padova e del Veneto, Marco Angius riporta le Variazioni op. 27 per pianoforte e orchestra di Camillo Togni sul palcoscenico della città che le tenne a battesimo nel lontano 1946, prima di perderne le tracce. E’ dunque possibile parlare oggi di un importante ritrovamento, dovuto alla ricerca di Aldo Orvieto, solista della serata, nell’archivio privato di Lya De Barberiis, amica e musa del compositore, sia per la qualità della musica che per la loro rilevanza storica. La partitura infatti, dedicata all’amico Arturo Benedetti Michelangeli che avrebbe dovuto tenere la prima esecuzione, riporta i segni della direzione di Bruno Maderna.

L’ascolto delle Variazioni ricolloca l’opera sotto forma di un ideale incontro tra una struttura di discendenza romantica ma ben predisposta ad accogliere una scrittura dodecafonica nello stile, anche se ben più libera nell’animo. Così, alla morbida introduzione orchestrale, si inserisce il primo intervento solistico del pianoforte pronto a trascinare con sé il tema appena esposto attraverso le possibili combinazioni. La varietà di colori e di spirito, dal movimento quasi rapsodico come la scrittura di Togni riesce a suggerire, non trova però un corrispettivo nell’esecuzione. La linea dell’Orchestra della Fenice sembra infatti più preoccupata a non prevaricare sulla timida prova del pianista più che di aiutarlo a spiccare il volo.

Un simile pallore accompagna l’entrata sul palco del Teatro Malibran di Carmine-Emanuele Cella, compositore marchigiano che, stranamente, non incontra il tradizionale calore della cerimonia di presentazione del progetto Nuova musica alla Fenice. Quella di Random Forests, il lavoro commissionato per l’occasione, si è rivelata dunque una prova ancor più ardua del previsto. Prendendo spunto da un articolato concetto geometrico, l’opera si presenta distribuita su fasce timbriche perlopiù statiche, culminanti in un improvviso barbaro intervento delle percussioni come ultimo inespresso tentativo di redenzione dall’andamento generale del lavoro musicale.

A risollevare l’ascoltatore, nel pieno spirito del suo concepimento, entra in gioco la seconda parte del programma. A dir poco sorprendente, sin dal primo gesto dell’Andante un poco maestoso, la Prima Sinfonia di Schumann si impone per brillantezza, compattezza sonora e innato senso della direzione. L’inaspettata fluidità del Larghetto pone l’accento sulla necessità di questa musica di respirare come un vero e proprio organismo vivente. Non c’è massa sonora che copra il minimo disegno melodico, nell’alternanza tra pieno e vuoto, tantomeno il più delicato intervento contrappuntistico. Così fino al turbinio dell’ultimo movimento, passando per l’eleganza dello Scherzo. Finalmente libero da ogni impedimento, Marco Angius consegna un’esecuzione travolgente di uno Schumann per niente relegato alla storia, premiata da continui e meritati cicli di applausi.