“Shin Godzilla” di Hideaki Anno e Shinji Higuchi

Se il Re dei Mostri fa ancora paura

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In risposta al successo riscosso tre anni fa dal reboot americano diretto da Gareth Edwards, la Toho ha pensato bene di riappropriarsi del kaiju più amato al mondo dando carta bianca a Hideaki Anno e Shinji Higuchi per il loro Shin Godzilla, che dopo un anno di attesa è approdato finalmente nelle sale italiane dal 3 al 5 Luglio.

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Uno yacht è rinvenuto al largo della baia di Tokyo, ma il proprietario, tale professor Maki, è scomparso lasciando solo alcuni appunti. Frattanto qualcosa ha iniziato a muoversi nelle profondità dell’oceano, provocando onde anomale: osservando video pubblicati in rete, il vice segretario di gabinetto Rando Yaguchi – interpretato da Hiroki Hasegawa – intuisce che potrebbe trattarsi di un essere vivente. La sua ipotesi è derisa ma presto si rivela corretta: il giovane funzionario viene così messo a capo di un’unità di crisi incaricata di elaborare un piano per fermare la bestia che le note di Maki chiamano «Godzilla». Con l’aiuto della nippo-americana Kayoko Ann Patterson Satomi Ishihara – , Yaguchi e i suoi dovranno decrittare gli studi dello scienziato, in una corsa contro il tempo prima che le forze U.S.A. sgancino gli ordigni atomici sul mostro.

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Kayoko Ann Patterson al fianco di Rando Yaguchi in una scena del film

Per riscrivere la storia del Re dei Mostri Anno e Shiguchi non avrebbero potuto scegliere momento più propizio e, al contempo, delicato: i terremoti e conseguenti tsunami causati dal passaggio della creatura, un reattore nucleare ambulante che contamina l’ambiente provocando migliaia di sfollati, alludono al disastro della centrale di Fukushima, occorso nel 2011. Tale incidente ha portato a una nuova crisi di fiducia nei confronti delle istituzioni: è notizia di quest’anno infatti la sentenza che ha condannato il governo giapponese a sobbarcarsi i risarcimenti, in quanto non avrebbe fatto nulla per obbligare l’azienda proprietaria dell’impianto ad adeguarsi agli standard di sicurezza. Godzilla incarna dunque una duplice paura: da un lato, quella di venire annichiliti da una forza della natura in grado di ritorcere la tecnologia contro l’uomo – esattamente come il sisma ha fatto a Fukushima – , dall’altro quella dell’«imprevedibilità della vita», che come notava a ragione Goffredo Parise nei suoi scritti sul Giappone è la «peggior paura possibile» per un abitante dell’arcipleago perché di fronte a essa non sa come comportarsi e ogni sua previsione crolla.

E proprio dai palazzi del potere, cui è deputato il compito di avere tutto sotto controllo, parte la sceneggiatura di Anno, una prospettiva inedita all’interno del franchise. I burocrati al vertice sono bloccati nei loro formalismi e rallentano il processo decisionale, mettendo a repentaglio la vita dei cittadini: non fosse stato per tale lentezza, si sarebbe potuto uccidere Godzilla nel suo primo stadio. A far da contraltare alla vecchia guardia – oggetto di innumerevoli critiche – vi è il manipolo guidato da Yaguchi, composto da giovani di talento esclusi dai quadri più alti in mancanza di un buon nome o una raccomandazione: a questa sorta di outcast, capaci di pensare al di fuori degli schemi, l’autore affida la speranza di una palingenesi della classe politica decimata da Godzilla – il che, sembra suggerire Anno, prova che non tutto il male vien per nuocere. Il film si distingue inoltre per il suo marcato antiamericanismo: la costituzione imposta nel dopoguerra dallo SCAP limita l’intervento militare delle Forze di Autodifesa, e all’arrivo dei bombardieri statunitensi Godzilla si è già evoluto; ancora, a fronte della propria impotenza, l’ “alleato” non si fa scrupoli ed è pronto a sacrificare Tokyo per eliminare il kaiju con bombe termonucleari. Shin Godzilla si configura insomma come il Godzilla più politico di sempre.

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La task force di Yaguchi al completo

Anche sotto il profilo tecnico le novità non mancano. L’impostazione iniziale del film è quasi documentaristica: riprese pseudo-amatoriali di cellulari e telecamere mostrano le reazioni degli abitanti all’emergere di Godzilla, mentre negli uffici governativi ampie carrellate e primi piani – corredati di didascalia con nome e carica – danno l’impressione di stare assistendo al resoconto di una riunione di gabinetto. Man mano che il tono narrativo prende il sopravvento si assiste a operazioni più ardite, come l’impiego del dolly o della camera a mano, soggettive da angolazioni estreme che adottano il punto di vista di oggetti insoliti – il testo della costituzione, lo schermo di un pc, lo schienale di una sedia – , facendo sentire lo spettatore alternativamente oppresso e osservato dagli interpreti. Era dai primi fortunati tentativi di Ishiro Honda che un film di Godzilla non raggiungeva un simile livello di autorialità.

Una nota di merito va anche agli effetti speciali approntati da Shinji Higuchi, che rinnova la fisionomia e la rosa di poteri del mostro: interessante la scelta di non ritrarre da subito Godzilla nella sua forma finale, ma di mostrare la sua evoluzione dallo stadio quadrupede a quello bipede. La Tokyo in miniatura coi modellini di caccia e carri armati appartiene al passato, ma in compenso la computer grafica regala una delle più spettacolari battaglie di sempre, culminante – con una buona dose di esagerazione che è la cifra del genere – nel fantomatico soffio atomico.

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Godzilla nel suo stadio finale

E’ bene mettere in chiaro però che Shin Godzilla non è immune a cadute di stile, e ve ne sono molte. Il fatto che la pellicola sia incentrata sull’aspetto umano della catastrofe mette in luce diverse debolezze a livello di caratterizzazione: i personaggi, troppi e pertanto tratteggiati frettolosamente, introducono a loro volta storyline che restano irrisolte; i protagonisti – Yaguchi e Patterson – scadono in atteggiamenti e discorsi da manga: sognano di ricoprire la massima carica dei rispettivi paesi e sono animati da un nazionalismo bambinesco fondato su un altrettanto bambinesco spirito di gruppo; i dialoghi sono fittissimi ma contribuiscono poco ai ritratti così come all’avanzamento della trama, che invece progredisce grazie a soluzioni implausibili – si pensi alla trovata degli origami come chiave di lettura degli appunti del dottor Maki.

Fiaccato da scelte musicali in ogni momento fuori luogo, Shin Godzilla sorprende per le nuove vette che fa raggiungere al kaiju eiga e delude altrettanto prontamente per i cliché che vorrebbe respingere ma in ultima istanza adotta. Dato il finale aperto, resta la speranza di un seguito in cui Anno e Higuchi abbiano deciso che strada prendere, se quella della patinatura intellettuale o dell’intrattenimento d’autore. E tenendo conto dello screen time dedicato al Re dei Mostri in questo film, ci permettiamo di auspicare che propendano per la seconda.