Simona Vinci, “Parla, mia paura”, Einaudi 2017.

Addomesticare il Nulla in parola spendibile, fra perdono di sé e salvifico disvelamento all'Altro.

Parla, mia paura”; l’esortazione che Simona Vinci sovrappone al titolo della propria ultima, coraggiosa fatica letteraria pone al lettore un interrogativo fondamentale, dopo la lettura del libro; la “paura” di cui l’autrice parla, dolorosamente legata a una sua personale disavventura depressiva attraversata qui senza sconti, al limite del suicidio, ha risposto all’appello? Ha davvero “parlato”, lasciandosi assorbire dal soggetto o facendosi essa stessa soggetto, ingrediente attivo del logos che ora deposita sulla pagina il suo nome, come un esorcismo? Oppure, anziché lasciarsi inglobare come parte inscindibile e complementare di sé, seppure mutata di segno, non cessa di premere dall’orlo di ogni pagina come “altro”, terreno di attraversamento sghembo, collaterale, limitato da un lato all’ostensione coraggiosa di una nuda memoria personale, incompleta e fragile di fronte al vuoto, dall’altro al recupero di altre morti–resistenze di scampati–sopravvissuti, celebri e sottotraccia, da cui trarre indizi di ritrazione o apparentamento, nell’umano tragitto? Simona Vinci non si concede sconto alcuno, nel descrivere le fasi autobiografiche minute della propria personale odissea, e lo fa con un intento dichiaratamente duplice: “Ho deciso di scrivere questo resoconto di un periodo difficile della mia vita e di un disagio esistenziale che mi appartiene, e probabilmente in vario grado mi apparterrà per sempre, perché avevo bisogno di perdonarmi e al tempo stesso di offrire ad altri che abbiano vissuto o vivano qualcosa di simile, la possibilità, se non di immedesimarsi, almeno di cogliere un riflesso di sé nelle mie parole” (pag. 91). Il che definisce innanzitutto la natura dell’operazione: la “parola”, per aderire a un qualche dicibile dalla terra di nessuno del proprio Nulla, ripristina un “rasoterra” nel rapporto fra significante e significato e confluisce in un continuum dal sapore pianamente liberatorio, a garanzia di una lente retrograda che de-allegorizzi alla radice l’esperienza propria, rispetto all’utilità del proprio dire rispetto a terzi. E l’autrice sembra riuscirci fino in fondo, esplorando la propria umana traiettoria senza cavarne spunti di significazione esemplari, agli occhi di un potenziale lettore che vi si identifichi; come quando parla del rapporto col proprio corpo nelle sue oscillazioni più intime, parte integrante del disagio e qui mediato dall’impatto traumatico, fortemente voluto/temuto, con la chirurgia estetica. Racconto che qui vale, ci sembra, proprio a dar conto della variabilità infinita dell’humanitas sottesa a un “male oscuro” e alla sua riduzione linguistica a formula diagnostica asettica, rispetto a cui la risalita verso una ritrovata ragione di vivere si dà come “racconto” nudo, epifania d’anima e di fatti da donare all’esterno con beneficio d’inventario o maleficio di sudario, senza confezionare una navicella dalla chiglia rompighiacci nuova e lustrata per l’occasione. Un libro che forse non fa parlare la paura, ma circoscrive alla lettera pura dell’esortazione, nel titolo, il senso stesso di uno scarto possibile, di una deviazione da un buio neuronicamente insondabile verso un umanissimo “mostrarsi” a oltranza, dandone un esempio coraggioso, e potenzialmente salvifico.