Sir Jeffrey Tate omaggia Rossini

Fresco di nomina, il direttore inglese torna alla Fenice per amore di Rossini

La direzione artistica del Teatro La Fenice lo ha annunciato sotto forma di concerto omaggio a Gioacchino Rossini, leggermente in anticipo sui festeggiamenti in calendario per il prossimo anno, in concomitanza al centocinquantesimo anniversario della morte del compositore. Una serata capace di rendere estremamente compatto un programma disposto sull’opera di tre compositori diversi, vista la passione manifestata da Beethoven per la musica di Rossini e l’inebriante ispirazione che ne ricava Britten solo un secolo dopo. Elementi da non considerarsi secondari nemmeno davanti all’annunciato primo ritorno sul podio del Teatro Malibran di Sir Jeffrey Tate, dopo la nomina a Knight Bachelor dell’Impero Britannico dello scorso mese, dal Duca di Cambridge a Buckingham Palace.

Non poteva aprirsi altrimenti se non con la Sinfonia dal Guglielmo Tell, eseguita con il solo trasporto possibile di chi possiede chiara coscienza di ciò che l’opera può rivelare al suo passaggio, vista la propensione del brano a riassumere musicalmente l’intera vicenda nel giro di pochi minuti. Alcuni motivi delle danze qui solo accennate, per poter essere sviluppati successivamente all’interno del primo atto, riprendono vita in una Marcia, primo dei cinque brani della Suite Matinées musicales op. 24 di Britten che segue di cinque anni la composizione di un’altra raccolta di pezzi che rielabora i temi e le suggestioni appartenenti al mondo rossiniano, le Soirées musicales op. 9. L’amalgama di temi frizzanti a spumeggianti impasti sonori rendono il movimento leggero e spensierato, all’interno di una discorsività insospettabilmente calibrata sin nei minimi dettagli. In questo ne è fautore Jeffrey Tate alla guida dell’Orchestra della Fenice, pronta ad assumere tutt’altro atteggiamento a partire dalle prime note della seconda parte del concerto. Così la spensieratezza del respiro musicale assume un progressivo ridimensionamento una volta riversatosi negli spazi della Settima Sinfonia di Beethoven, che al suo incedere risulta virilmente trattenuta quasi a voler evidenziare il processo di metamorfosi al quale il suono è stato sottoposto lungo l’intero arco del programma concertistico. Operazione più che più che riuscita stando alle entusiasmanti effusioni d’affetto e gratitudine del pubblico presente.