Chi ha detto che lavorare in un’agenzia di assicurazioni è noioso? Ad un solerte perito addetto ai controlli precedenti all’emissione dei premi potrebbe accadere qualcosa di simile a quello che succede a Jun-o. Qualcosa di emozionante, dinamico, stimolante. E sicuramente mortale.
Il tranquillo e intelligente Jun-o è un perito che si reca in visita da un cliente molto affezionato all’agenzia. Già una volta l’uomo ha subito un sinistro, ma in questo caso il fatto è più grave. Il suo figlioletto si è impiccato.
Fatto ancora più grave, l’uomo sembra interessarsi solo ai soldi della polizza. Non avrà commesso questo orribile omicidio per denaro? E la sua giovane moglie, portatrice di handicap, non sarà in pericolo, visto che anche la sua vita è stata assicurata per una grossa somma?
Il film che ha entusiasmato il pubblico alla giornata Horror del Far East Film Festival con questo incipit porta lo spettatore in una spirale di orrore veramente profonda e sconvolgente.
Tratto dal romanzo del giapponese Kishi Yusuke, Black house è il remake coreano della prima trasposizione, realizzata nel 1999. Non avendo visto l’originale, i confronti sono impossibili; rimane però lo straordinario e meritatissimo successo che quest’opera ha raccolto in sala a Udine.
Non possiamo svelare molto della trama, che poi è il vero motore di film di questo genere. Possiamo però affermare che non sarà facile per gli spettatori immaginare cosa avverrà man mano che i fotogrammi scorrono.
L’opera di Shin Terra parte un po’ a rallentatore e con qualche giro a vuoto, ma quando sembra che la soluzione dell’enigma sia vicina (tra l’altro è un po’ telefonata) c’è una sorpresa: non solo la soluzione non è vicina, ma quella che abbiamo visto non è nemmeno la soluzione! Il film si immerge continuamente in un’atmosfera di putrefazione morale così nera da rendere impossibile il richiamo ad altri thriller, perchè quasi non esiste nulla di simile nel cinema che siamo abituati a vedere in Italia. Inoltre le immagini shock e la totale mancanza di salvezza aumentano il sentimento di impotenza di fronte al male, e rendono Black House molto, molto più sinistro addirittura di Seven.
Su tutte le grandi invenzioni di questo psycho horror svetta il personaggio dell’assassino. Dice Kyu Hyun Kim, nella scheda del film inserita nel catalogo: "Uno psicopatico in confronto al quale Norman Bates sembra Spongebob". Non possiamo che complimentarci per l’esattezza della definizione.
Questo assassino compirà veramente le azioni più truci: mutilazioni, uccisioni di animali, omicidi e autodanneggiamenti. E sarà veramente difficile (meravigliosa la scena della chiave) non portarsi le mani davanti agli occhi.
Come sfondo alle sue macabre gesta, la Casa Nera del titolo. Brutta, povera e spoglia. E dotata di una spaziosa e iperfunzionale cantina. La scenografia, già fantastica, in questa location raggiunge vertici sublimi: è il peggiore scannatoio che si possa vedere, e fa impallidire le sale dove lavora l’enigmista di Saw.
Il film ha pochi difetti, in ultima analisi secondari: il trauma infantile di Jun-o è una trovata un po’ povera realizzata in funzione della risoluzione che avviene nelle ultime sequenze, e il film fatica a concludere, presentandoci una serie di poco credibili finali a incastro pure un po’ troppo esplicativi.
Ma a questo non si bada; non si può. Come si potrebbe, dopo tutto l’orrore che si è visto, le emozioni provate e la frustrazione dovuta alla mancanza di catarsi? Black House ha strappato applausi non solo alla conclusione, ma anche durante la proiezione. Questo è già un buon segno. Che poi la notte seguente non si sia riusciti a dormire non è un fastidio, è solo l’ulteriore conferma della potenza del film.