"Il Barbiere di Siviglia" a Vicenza: intervista con Roberto Recchia

Una conversazione con il regista dell’opera

Articolo di Marco Bellano - Pubblicato venerdì 6 giugno 2008

Si sono concluse il 4 giugno le prove generali per Il Barbiere di Siviglia, opera che sarà presentata al Teatro Olimpico di Vicenza a partire da sabato 7 giugno

L’occasione è di particolare interesse: il capolavoro rossiniano verrà infatti proposto in una versione rara, approntata per una rappresentazione vicentina del 1825 e poi mai più utilizzata. Abbiamo parlato di questo ed altri argomenti con il regista dello spettacolo, Roberto Recchia.

Che difficoltà ha comportato l’allestimento di una versione “storica” dell’opera?

Non parlerei di difficoltà, ma anzi di un’opportunità stimolante. Proprio perché Il Barbiere di Siviglia è un’opera così famosa, avere la possibilità di affrontarla da un nuovo punto di vista è prezioso. Bisogna poi ricordare che, all’epoca di Rossini, era normale che si preparassero versioni alternative di un’opera. Nel caso del Barbiere, accadde che Geltrude Righetti Giorgi, la mezzosoprano che poi tenne a battesimo anche La Cenerentola, si innamorò a tal punto del rondò finale (cantato normalmente dal tenore) da pretendere che il brano le fosse attribuito. Così, Rossini stesso scrisse appositamente una nuova stesura dell’aria. Questa variante è particolarmente significativa sul piano drammaturgico: una Rosina che canta l’aria Cessa di più resistere ha una forza ed un vigore diverso rispetto alla Rosina che lascia al tenore il compito di redarguire Bartolo; è una Rosina che ha un carattere molto più combattivo di quello usuale. Di questo, come regista, devo tener conto con attenzione, confrontandomi con una situazione narrativa insolita per questo testo. Poi, in questa versione Bartolo non canta A un dottor della mia sorte, bensì Manca un foglio di Pietro Romani, aria inserita poiché quella di Rossini venne ritenuta troppo difficile. Inoltre, il tenore non canta la seconda serenata.

Come si è svolta la collaborazione con il M° Giovanni Battista Rigon?

Ci siamo visti più volte, discutendo dell’interpretazione dei personaggi. Io gli ho illustrato le mie idea sul Barbiere, e gli ho spiegato dove necessitavo di spazi per respiri più ampi, o per gag che si accordassero con la musica, specialmente nei recitativi. Abbiamo lavorato insieme sulle fonti, sul libretto: insomma, è stato un lavoro in piena intesa, dove l’unico occasionale problema è stato dato dalla distanza geografica -lui abita a Padova, io a Milano-. In sala, poi, abbiamo deciso di mescolare le prove musicali con quelle di regia, proprio per cercare di gestire le varie componenti dello spettacolo in maniera organica. Devo dire che questo, dal mio punto di vista, ha funzionato molto, e secondo me si vede anche in scena: nonostante le poche prove che abbiamo avuto, lo spettacolo risulta fluido tra palcoscenico e buca.

Cosa può dire a proposito degli interpreti?

Si tratta di una compagnia giovane, a parte un membro con maggiore carriera alle spalle, che interpreta Basilio. Ho notato che il mio modo di lavorare, che viene dalla prosa e dunque è molto legato all’interpretazione, ha trovato porte aperte ed entusiasmo. Ciò vuol dire che la vecchia scuola dei cantanti che non sanno muoversi, che non sanno fare teatro, forse sta tramontando. Devo dire che la qualità della selezione della direzione artistica è stata notevole. Il lavoro di prova, intensissimo –abbiamo costruito un’opera di due ore e mezza in soli quindici giorni -, ha fatto sì che scaturisse un particolare affiatamento tra gli artisti, cosa che ci ha permesso di andare in scena senza ansie e patemi eccedenti quelli “fisiologici”. Alla prova generale lo spettacolo c’era, ha bisogno solo di un po’ d’assestamento con le repliche.

Come ha affrontato le difficoltà legate alla scenografia?

Effettivamente, la questione della scenografia in questo teatro pone problemi rilevanti. In realtà, Palladio ha già fatto tutto cinquecento anni fa: la scenografia c’è già, ed è talmente bella che non occorre modificarla. Ho avuto solo l’idea di avere delle grate che chiudessero le tre porte di Palladio. La scenografia vera e propria è stata concepita da Fabrizio Palla, e si tratta più che altro di elementi scenografici. Un teatro come questo non chiede scene elaborate, ma lavoro sulle interpretazioni, che è ciò su cui abbiamo puntato. Lo spettacolo poi, con una scena palladiana di questo genere, non può che essere in costumi tradizionali, perché qualsiasi anacronismo entrerebbe in conflitto con quanto si vede sullo sfondo.

Per concludere, può dire qualcosa a proposito della sua esperienza professionale?

Nasco come attore, mi sono diplomato in Accademia a Milano, e per tanti anni ho recitato. Sono sempre stato appassionato d’opera, sin da bambino, ma non avevo mai pensato seriamente di dedicarmi alla regia lirica. Era solo un “sogno nel cassetto”. Poi ho cominciato a fare regia di prosa. Nel 2000 il regista con cui stavo lavorando come attore ricevette un incarico per uno spettacolo al festival di Wexford, in Irlanda. Si trattava di un’opera semisconosciuta, la Conchita di Zandonai. Poiché non sapeva nulla di opera e non conosceva l’inglese, mi chiese di fargli di assistente. A Wexford si rappresentano ogni anno, durante il festival, tre opere “grandi” e tre opere “piccole”; in quell’occasione, gli assistenti alla regia delle tre “grandi” facevano anche la regia delle tre “piccole”. L’anno dopo Wexford mi ha richiamato: da lì è iniziata una collaborazione ininterrotta con il festival, vi tornerò anche quest’anno con Suor Angelica. A quel punto ho dovuto fare una scelta, dedicando tutte le mie energie alla regia. Poi, come si dice, una cosa ha tirato l’altra. Ma l’inizio è stato quasi casuale. Adesso si stanno presentando varie opportunità. Ho curato uno spettacolo fortunatissimo, il Don Gregorio di Donizetti, che è già alla sua quarta ripresa, ora andrà anche a Catania. Si tratta di un altro tipico esempio di un’opera nota –L’aio nell’imbarazzo- dotata di una versione “alternativa”, in questo caso napoletana. Qui è stato cambiato anche il titolo. Tra gli altri miei progetti futuri c’è un Gianni Schicchi in Irlanda del Nord, poi Wexford, Catania… Molto si sta muovendo: ho contratti per il 2011, anche se, paradossalmente, non so bene cosa farò nel 2010. Questo perché molti paesi programmano le opere due anni prima, l’Italia si accontenta di tre-quattro mesi di anticipo. Ma, finora, i miei impegni si sono succeduti senza interruzioni. Certo, il precariato tipico dei registi continua, nel senso che in questo momento ho certezze solo fino al giugno dell’anno prossimo, ma non mi lamento. Poi, si vedrà.

sabato 7 giugno 2008 alle 20:00

Il barbiere di Siviglia

dramma buffo in due atti - libretto di Cesare Sterbini - musica di Gioachino Rossini

maestro concertatore e direttore: Giovanni Battista Rigon - regia: Roberto Recchia

Orchestra di Padova e del Veneto Schola San Rocco

Francesco Erle, maestro del coro

Personaggi e interpreti:

Il Conte d’Almaviva: Dionigi D’Ostuni

Bartolo: Elia Fabbian

Rosina: Laura Polverelli / Concetta D’Alessandro

Figaro: Giulio Mastrototaro / Cüneyt Ünsal

Basilio: Lorenzo Regazzo / Abramo Rosalen

Berta: Natalizia Carone

Fiorello: Yiannis Vassilakis

Repliche: lunedì 9 giugno 2008 alle 20:00, mercoledì 11 giugno 2008 alle 20:00

Biglietti: interi 30 € - ridotti 25 €

Riduzioni per giovani fino ai 25 anni, carta 60, gruppi (min. 15 persone), soci Touring.

www.olimpico.vicenza.it