"Cantata per lo sposalizio del Principe di Sansevero" "Don Giovanni ossia il convitato di pietra"

Dall’alchimia del Principe alla cena con il morto di Don Giovanni

Articolo di Flavia Crisanti - Pubblicato sabato 14 giugno 2008

Un interessante colloquio introduttivo a due spettacoli del Napoli Teatro Festival Italia nella cornice del Palazzo Reale di Napoli.

La Fondazione Premio Napoli ha promosso, all’interno del Napoli Teatro Festival Italia, incontri di approfondimento degli spettacoli in programma, facendo intervenire i registi e gli interpreti.

La cantata per lo sposalizio del Principe di Sansevero di Mariano Bauduin e Alessandro De Simone e il Don Giovanni ossia il convitato di pietra di Piermario Vescovo e Antonella Zaggia sono due opere che hanno in comune il felice incontro tra il teatro di prosa e il teatro per musica. Per il primo Alessandro De Simone - che ha curato la veste musicale dell’evento - ha deciso di unire la tradizione napoletana della cantanta alla produzione settecentesca di Porpora - con una forte predilezione per i fiati - alla canzone popolare e al jazz. Questo sincretismo tra generi ed epoche diverse risponde all’idea registica di considerare il teatro come una forma d’arte che travalica le temporalità storiche e si può riprodurre in ogni momento senza vincoli cronologici. Per il Don Giovanni ossia il convitato di pietra si è di fronte ad un testo che nasce già come melodramma - per il compositore Giuseppe Gazzanica - su libretto di Giovani Bertati che Lorenzo Da Ponte saccheggerà in più di un luogo per il proprio celeberrimo Don Giovanni mozartiano.

Entrambe le messe in scena - come hanno sottolineato i quattro registi - hanno anche un altro carattere in comune: nascono in relazione al luogo in cui sono state rappresentate, istituendo un rapporto simbiotico tra spazio teatrale e idea registica. Per il primo si è scelto la macabra, misteriosa e inquietante Cappella di Sansevero, per il secondo il Teatro Instabile, cripta su due livelli per un numero esiguo di spettatori. Mariamo Bauduin ha sottolineato come l’ambientazione esoterica della Cappella e l’atemporalità della Canzone offrano la possibilità di dare al testo una lettura metaforica dello sposalizio: dal dato evidentemente concreto, si passa ad un’ideale congiunzione tra mondo della scienza esatta (le celebri indagini anatomiche del Principe) e cultura artistica classica. Il connubio tra questi due mondo così lontani evoca un senso di mistero che non proviene dalla contemplazione di un oggetto perturbante, ma dalla trasfigurazione allegoria che si mette in atto nello spettacolo.

Per il Don Giovanni di Vescovo e Zaggia l’adattamento per il Napoli Teatro Festival Italia ha tenuto conto dei riferimenti alla città partenopea già presenti nel libretto di Bertati ed anche nella formazione di Gazzaniga. Il rimando alla tarantella che si intona per le nozze dei due contadinelli, così come il riferimento alle donne di Napoli nell’apostrofe a Venezia, fanno sì che l’ambientazione napoletana sia più che giustificata ed anche la scelta del Teatro Instabile mantiene quel livello di ambiguità tra un sopra - vitale - e un sotto - infernale - che caratterizzano il testo. Come ha sottolineato Vescovo il libretto - poco noto rispetto all’omonimo dapontiano - risolve in un atto l’intera vicenda di Don Giovanni, riducendo le due cene tradizionali ad una, e presenta alcuni aspetti - tra cui la temporalità - che si prestano a diverse riletture. Lo spettacolo ha previsto un cast interamente femminile, in abito nuziale - come ha ricordano Zaggia la scelta del costume rispondeva all’esigenza di mostrare l’incostanza di Don Giovanni che prometteva nozze certe a tutte le amanti - suddiviso tra cantanti, attrici e musiciste per giocare con lo stereotipo del Don Giovanni gran seduttore. La portata innovativa dello spettacolo riguarda la messa in scena in cui attrici e cantanti si confrontano con burattini, fondendo il teatro di figura con il mondo della lirica.