Novità in libreria

Casa Editrice Adelphi

Articolo di Redazione - Pubblicato venerdì 25 luglio 2008

Novità in libreria

Georges Simenon, Maigret e i vecchi signori

«Di certo la signora Maigret si aspettava che lui la chiamasse per dirle che non tornava a cena, come spesso succedeva durante un’indagine. «Rimase quindi stupita nell’udire, alle sei e mezzo, i passi del marito per le scale, e aprì la porta nel preciso istante in cui arrivava sul pianerottolo. «Era più serio del solito, serio e sereno al tempo stesso, e la signora Maigret non osò fargli domande quando, per salutarla, la strinse a lungo tra le braccia senza dire nulla. «Non poteva sapere che era appena riemerso da un passato lontano, da un futuro un po’ meno lontano. «“Cosa c’è per cena?” chiese alla fine, come per liberarsi da un peso».

Georges Simenon, Senza via di scampo

Se «la vecchia» ha proprio con lui, Vladimir, un rapporto così speciale, è perché loro due si somigliano: provano entrambi un profondo disgusto per tutto quanto li circonda, e la medesima pietà per se stessi. Due mascalzoni infelici, intrisi di amarezza e di cinismo, questo sono. Perciò, lasciando che gli scrocconi vaghino annoiati nella grande villa, Jeanne Papelier si ubriaca insieme a lui; finisce sempre che si mettono a piangere, e poi vanno a letto insieme. Sono anni che Vladimir ricopre il duplice ruolo di amante e di domestico; e che si occupa dell’Elektra, lo yacht attraccato nel porticciolo di Golfe-Juan, insieme a Blinis, russo bianco come lui, con il quale ha diviso l’esilio e la miseria prima che trovassero la gallina dalle uova d’oro. Un equilibrio apparentemente perfetto, che si romperà allorché farà la sua comparsa una donna giovane e bella, la figlia della vecchia Papelier – una che non ha nulla a che fare né con quella ricchezza né con quell’abiezione. Per Vladimir comincerà allora una storia diversa, una storia in cui ci sarà prima il desiderio, poi il tradimento, poi il rimorso, e poi anche una sorta di delitto espiatorio. Per finire in un naufragio che sarà per lui come una liberazione

Vladimir Nabokov, Romanzi I

Prende avvio con questo volume, che ripropone tre romanzi della giovinezza scritti in russo - La difesa di Lužin, L’occhio e Il dono, da molti ritenuto il suo capolavoro -, la pubblicazione delle opere essenziali di Vladimir Nabokov, per le cure del suo massimo specialista, Brian Boyd, autore fra l’altro di una monumentale biografia in due volumi (Princeton University Press, 1990-1991). Seguiranno, nei due successivi volumi, L’incantatore,Lolita, Fuoco pallido, Cose trasparentii e infine l’autobiografia Parla, ricordo e gli scritti saggistici Intransigenze e Gogol’ . Il lettore potrà così ripercorrere l’intero arco della produzione di Nabokov e, guidato dal rigoroso apparato di note e commenti, ritrovare intatta l’originalità dei suoi temi prediletti: il rapporto tra l’outsider geniale e il mondo ordinario, il fascino e la ripulsa che esercitano la perversità e le ossessioni, la pietà per la debolezza umana e la follia, la forza liberatrice della consapevolezza di sé, l’interesse filosofico per la sfera della coscienza e per il ruolo del destino - la ricerca di un significato più alto che si occulta dentro la vita stessa e si svela via via che ci addentriamo nel mistero della creazione.

Peter Cameron, Paura della matematica

In un passaggio apparentemente marginale del racconto che dà il titolo a questa raccolta, la protagonista offre al suo professore di matematica, passato a trovarla, un bicchier d’acqua. Poi, mentre lo guarda, la ragazza è colpita dall’assoluta naturalezza di quel gesto, che l’uomo compie «come se in vita sua non avesse fatto altro che venire da me in cucina a bere acqua». È un tocco inconfondibile, che condensa in una riga tutta l’atmosfera di cui abbiamo bisogno. Ma è anche di più: è la conferma che qualsiasi vicenda ci narri – si tratti di un ragazzo che in casa decide di non dire più una parola, mentre intrattiene una fitta corrispondenza con i carcerati; di un adolescente che, alla morte del suo cane, si convince che nelle formule dell’algebra si annida il segreto della felicità; o di una coppia di ragazzi gay in visita presso una nonna eccentrica e molto amata –, Cameron sembra appunto non aver mai fatto altro che scrivere storie per noi. E come nei suoi ammiratissimi romanzi, ci offre qui, con la sua voce fresca e generosa, storie di giovinezza, inquietudine e nostalgia, di amori e famiglie e vita quotidiana che non dimenticheremo facilmente.

Pietro Citati, La colomba pugnalata

«Citati è un incisore che s’incanta del lavoro del suo bulino, un gioielliere che incastona pietre preziose, un intarsiatore che conosce tutte le sfumature dei legni …, un mosaicista che trae da un testo, come da un casellario infinitamente ricco, tessere luminose per combinarle in un modo sintetico, un miniaturista che inserisce colori sulla foglia d’oro della pagina. Ne risulta un’opera dedalea, rabescata, che richiama le miniature Moghul, i mosaici minuti, miracoli dei mosaicisti romani del primo Ottocento: son colori assortiti a colori, pietruzze sapientemente selezionate». Mario Praz

«La colomba pugnalata è un’opera lirica in cui Citati, al tempo stesso direttore d’orchestra, orchestrale, regista, prima donna e coro, esprime, con il proprio linguaggio e la propria voce, l’essenza dell’uomo Proust, parigino e poeta, e insieme della sua poesia universale, rivelandocene le affinità con la grande arte europea». Marc Fumaroli

Oliver August, Il fuggiasco di Xiamen

Xiamen è una città sull’omonima isola rocciosa, collegata alla Cina sud-orientale da un’autostrada e due ponti: a una baia disseminata di imbarcazioni fa da controcanto un agglomerato industriale fitto di immigrati «irregolari e affamati». Qui per lungo tempo ha spadroneggiato Lai Changxing, il tycoon che prima di diventare «il latitante più ricercato della Cina» è stato il più famoso tra i nuovi ricchi del postmaoismo, di volta in volta definito come un semplice tufei («bandito», ma non sempre in senso dispregiativo) o come un Robin Hood dispensatore di lavoro. E qui si insedia, alla fine degli anni Novanta, il giovane corrispondente del «Times» Oliver August, per il quale Lai è l’emblema di una Cina con il piede in due staffe, «un misto di controllo autoritario e anarchia corsara». L’indagine-inseguimento nei luoghi dell’infanzia e dell’ascesa di Lai diventa allora un impressionante succedersi di visioni rivelatrici: l’«obitorio urbanistico» di Beihai è la quintessenza di tutte le aree depresse, e la stessa Xiamen sembra il concentrato di un’interminabile transizione. Una transizione di cui August registra ogni aspetto socio-economico – il sopravvivere della tortura, la censura dei siti internet, gli operai che cadono dalle impalcature di bambù o restano seppelliti nel cemento appena gettato, i funzionari che pagano il mutuo e la scuola dei figli con le mazzette degli imprenditori –, ma di cui coglie soprattutto il versante grottesco e orrorifico: ridicoli e feroci produttori di foie gras, che ingrassano e accoppano le oche in tecnomattatoi; ballerine teenager che sognano di diventare più alte grazie a protesi «allunganti»; cristiani che si ritrovano a migliaia, come congiurati, nei cortili di scuole illuminate da gruppi elettrogeni. Come dimostra Il fuggiasco di Xiamen, inchiesta e narrazione possono oggi fondersi efficacemente – e appassionare e illuminare ancor più della pura fiction

Mario Bortolotto, Fase seconda

Ci fu un’epoca – una breve epoca, dal 1946 al 1964 se si prendono come estremi la Sonatine di Boulez e Momente di Stockhausen – in cui il cielo della musica fu attraversato da una meteora detta nuova musica. Era un modo di comporre che dichiarava di porsi oltre Webern, quindi di là dal punto più arrischiato che la musica aveva sino allora raggiunto. Il centro irradiante, in quegli anni, fu Darmstadt, dove ogni estate avevano luogo molte prime non solo di Boulez e Stockhausen, ma di alcuni compositori italiani, da Nono a Evangelisti, da Clementi a Donatoni, da Bussotti a Berio, a Castiglioni, anch’essi protagonisti di quella avventura che trovò la sua conclusione subito dopo aver raggiunto l’apice, con l’immissione – salutare e disgregatrice insieme – della scuola americana, con John Cage e i suoi (musicisti ragguardevoli come Morton Feldman, Christian Wolff e Earle Brown). Vista con gli occhi appannati di oggi, quella stagione potrebbe apparire indecifrabile, se non avesse avuto la fortuna di essere accompagnata da un libro – questo di Bortolotto – che sta alla «nuova musica» come la Filosofia della musica moderna di Adorno sta all’opera di Schönberg, di Berg e di Webern.

Sandor Marai, Liberazione

Dicembre 1944. L’armata rossa, che già dall’inizio di novembre è arrivata alla periferia di Budapest, sta per completare l’accerchiamento della città. L’antivigilia di Natale una ragazza di venticinque anni, Erzsébet, che già da mesi vive braccata, sotto falsa identità, riesce a trovare un estremo nascondiglio per il padre: il vecchio, un celebre scienziato a cui gli squadroni fascisti delle croci frecciate danno la caccia, verrà murato, insieme ad altre cinque persone, in una cantina grande quanto una dispensa. Erzsébet, invece, scenderà nello scantinato del palazzo dove vive, insieme a tutti gli abitanti di quello e di altri palazzi dei dintorni. Ci rimarranno per quattro settimane, quanto durerà il terribile assedio, mentre sopra le loro teste infuriano i combattimenti. In quel mondo sotterraneo maleodorante e caotico, in una «promiscuità da porcile», mentre fra la gente ammassata sui materassi si scatenano tensioni sempre più acute, Erzsébet aspetta «qualcosa» – qualcosa che si riassume in una parola: liberazione. Tra poco i russi saranno qui, pensa, e tutto cambierà. Finalmente, nella notte fra il 18 e il 19 gennaio, vedrà la sagoma del primo russo stagliarsi sotto la porta: ma quell’incontro sarà ben diverso da come se l’era immaginato. Con Liberazione, Márai ci ha lasciato una testimonianza bruciante dell’orrore che un’intera città, la sua, aveva vissuto in quei mesi, assediata dai sovietici, bombardata dagli Alleati e sottoposta ai rabbiosi rastrellamenti degli sconfitti. Né, quando scriveva le ultime righe del libro nel settembre del 1945, si faceva più illusioni sul regime che l’armata rossa era venuta a instaurare nel suo Paese.

Michael Pollan, Il dilemma dell’onnivoro

Che cosa mangiamo e perché? Sono domande che ci poniamo ogni giorno, convinti che per rispondere basti sfogliare la rubrica di un giornale, o ascoltare per qualche minuto l’ultimo imbonitore nutrizionista ospitato in tv. Ma se quelle domande le si guarda un po’ più da vicino, come fa Michael Pollan in questo documentato e brillantissimo saggio, forse il primo sull’argomento a non prendere nessun partito, se non quello dell’ironia e del buon senso, le risposte appaiono meno scontate. Che legga insieme a noi le strepitose biografie del pollo «biologico» riportate sulla confezione di petti del medesimo, o attraversi le lande grigie e fangose del Midwest, dove milioni di bovini nutriti a mais e antibiotici vivono la loro breve esistenza fra immense pozze di liquame, egli arriva immancabilmente a conclusioni di volta in volta raccapriccianti o paradossali. Il problema, che Pollan descrive con rigore ed e- strema chiarezza, è che trovarsi al vertice della catena alimentare – cioè poter mangiare, a differenza delle altre specie, pressoché tutto – offre all’homo sapiens numerosi vantaggi, ma lo espone anche a quasi infinite possibilità di manipolazione. Per condurre una vita meno insana, dunque, l’onnivoro ha bisogno di sapere, sui propri appetiti e sui propri meccanismi adattivi, almeno quanto ne sanno gli strateghi dell’industria alimentare. In altre parole, ha bisogno di un libro come questo.

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