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INCONTRO CON CÉSAR BRIE E IL TEATRO DE LOS ANDES A MESTREAspettando OdisseaArticolo di Marianna Sassano - Pubblicato giovedì 19 marzo 2009 Il termometro di quanto César Brie e il Teatro de Los Andes siano apprezzati dal pubblico lo dà una semplice constatazione: all’incontro di sabato 7 marzo, organizzato all’ora di pranzo, iniziato pure in ritardo, con un sole tentatore che rianimava per la prima volta il cielo dopo una settimana di pioggia –, il foyer del Teatro Toniolo di Mestre non è riuscito a contenere tutte le persone giunte per ascoltare. Per ascoltare un’idea di teatro, di politica, di vita, di arte incarnata nella vita: in una sorta di magnetismo intellettuale e umano.
Primo appuntamento di una serie di eventi organizzati dalla Fondazione di Venezia e Comune di Venezia, l’incontro con César Brie fa da preludio ad una sorta di “dedicato” che animerà la terraferma veneziana nei prossimi aprile e maggio (per i dettagli, si rimanda al link in fondo alla pagina): un laboratorio guidato dagli attori del Teatro de Los Andes, uno condotto invece dallo stesso Brie, la messa in scena del monologo Il mare in tasca, e poi l’attesissima Odissea, ultima fatica del regista argentino e del gruppo boliviano, dopo il capitolo memorabile di Iliade. Che, giunto oggi al decimo compleanno, fu voragine di violenza e forza e compassione e pianto. Un ritorno al mito, Odissea, e alla messa in scena d’impatto – nove personaggi, e una scenografia, ad opera dell’attore Gonzalo Callejas, costituita da 110 canne di babù che penzoleranno dal soffitto - preceduto da lavori più piccoli: Dentro un sole giallo, Fragile, per citarne alcuni. Con uno avvio del tutto casuale: affidato ad una chiacchierata che César Brie ebbe con l’impiegata di un’agenzia di viaggi, che gli raccontò di quanti emigranti compravano il biglietto per andarsene dalla Bolivia. E allora, ecco Odissea: per narrare i viaggi dei disperati, i viaggi del non ritorno, dell’agonia, del rischio di morte e della non poesia. Non più il Mediterraneo, ma la frontiera tra Messico e Stati Uniti, il calvario di chi scappa dalla fame, sale sui treni in corsa (i “mostri”), viaggia nel deserto dove alcuni volontari lasciano le taniche d’acqua – per non morire di sete – e dove altri volontari – di diversa inclinazione – girano rondescamente con i fucili caricati. Come a caccia di lepri in fuga. “Per lavorare allo spettacolo – spiega il regista - ci siamo chiesti innanzitutto quale fosse la nostra Odissea. Ogni componente del gruppo ha dato le sue risposte in forma di immagini: delle perle, che ho legato insieme e che hanno dato vita ad un primo montaggio dello spettacolo, racchiuso in un video ancora inedito. Questo primo livello del lavoro è molto intimo: e le storie che ognuno decide di condividere con gli altri non necessariamente confluiscono nello spettacolo, ma sono importantissime per noi, perché creano l’humus su cui lavorare”. Una poetica, quella del lavoro in gruppo, che caratterizza tutta la produzione dei Los Andes, giunti quest’anno al diciottesimo anniversario dalla fondazione: e, nonostante la longevità della compagnia, i suoi componenti hanno al massimo 35 anni. “E, pur così giovani, gli storici della compagnia come Callejas sono già mostri del teatro” – sottolinea Fernando Marchiori, critico e profondo conoscitore del Teatro de Los Andes. Brie stesso tiene a precisare: “Sono qui in quanto rappresentante di un gruppo, non da solista. Gli spettacoli non sono miei, sono nostri: nascono dalle proposte di tutti e se non ci fossero queste persone, i risultati sarebbero stati diversi. Lavorando in gruppo dobbiamo evitare che i meccanismi soffochino le scoperte, perché il rischio è che ci conosciamo troppo: ma questo per fortuna a noi non è successo”. Odissea nasce in tre anni. Spiega Marchiori: “Un lavoro lento, artigianale, da attori-poeti, come li definisce Brie, con un approccio fortemente pedagogico. Il lavoro del Teatro de Los Andes è totalmente autofinanziato, e costa moltissimo in termini di forza e tempo”. “Il nostro Ulisse torna sì a Itaca, ma da deportato – spiega Cesar Brie -. In Bolivia il tema dell’emigrazione è sentito in modo molto diverso da qui. Anche se in Occidente le persone sono solidali con i disperati, l’approccio è molto intellettuale e poco emotivo, poiché si vive l’emigrazione dalla parte di chi la riceve. In Bolivia è il contrario: uno su tre è emigrante, il che significa che ogni famiglia ha delle persone care all’estero. Le rimesse dei boliviani all’estero superano il fatturato di tutte le multinazionali presenti nel paese”. Una condizione, quella dell’emigrante, che César Brie conosce bene, dato che a soli 19 anni arrivò in Italia: “In Odissea abbiamo scelto di far incarnare le Sirene omeriche nel canto della nostalgia. Le Sirene sono il canto di sé, che logora nel ricordo di un passato desiderato. Per gli emigranti il rischio grande è proprio quello di dimenticare di vivere nel presente per vivere nel passato. Le ferite degli emigranti si lavano, si rimarginano, ma basta un nonnulla perché si riaprano. Capisco bene questo atteggiamento, anche se nella mia vita di argentino esule l’ho sempre rifiutato”. E infatti il giovane Brie non cede alla nostalgia neanche quando, in Italia, solo, senza lavoro, con una carriera fallimentare fatta di piccoli sketch messi in scena nei centri sociali – “raccapriccianti”, dice - vede tre amici suicidarsi nel giro di pochi giorni. “Mi chiusi in una stanza, senza mangiare, senza incontrare nessuno. In quel momento mi spogliai delle tecniche – che troppo spesso diventano scudi – e misi in scena il mio primo spettacolo, A rincorrere il sole. Fu l’esorcismo del mio suicidio” racconta, ancora oggi commosso. Nell’Odissea del Teatro de Los Andes ci saranno i Proci – “sono quelli che se ne approfittano, sono i militari che rimangono nelle città della Cecenia, nei villaggi dell’Irag” -, ci sarà Circe – l’amore edonistico, che fa diventare porci -, ci sarà forte l’impronta del Sud America – e ci sarà anche la guerra civile. Quest’ultima, coincidenza amara per Brie e i suoi: che proprio l’anno scorso vissero sulla loro pelle il rischio di una guerra civile, a causa dei continui soprusi del governo e delle istituzioni anche culturali nei riguardi di indios e campesinos. César Brie il 24 maggio 2008, alla vigilia della festa di liberazione dal colonialismo, filmò le violenze subite dalla popolazione indigena nel video Umiliati e offesi, ora su You Tube. Per questa azione subì tre attentati alla sua automobile, e per un periodo fu costretto a vivere scortato. A tutto il Teatro de Los Andes arrivarono minacce, a Sucre tagliarono i cavi della televisione il giorno in cui veniva passato il video. Deliri ordinari di diffusa inciviltà. Ma anche cibo avvelenato eppure vitale per l’artista. Conclude César Brie: “Voglio citare Primo Levi che, a proposito dei campi di concentramento, diceva: Nessuno sa di Franz: esiste solo nella mia testimonianza. Questo concetto per me è Bibbia, è la funzione ultima dell’artista”. Odissea affronta in Italia 70 date. Nel veneziano, sarà in scena lunedì 20 aprile al Palarcobaleno di Fossò e mercoledì 22 aprile al Teatro Toniolo di Mestre. per i dettagli sul programma: http://www.esperienze-giovaniateatro.it/progetti/odissea foto di Tommaso Saccarola |
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