Colonne sonore “a confronto”: " The Millionaire" di A.R.Rahman e "The Wrestler" di Clint Mansell

Due musicisti e due colonne sonore

Articolo di Emanuele Rauco - Pubblicato sabato 11 aprile 2009

A poco più di un mese dalla notte degli Oscar, si fanno riflessioni e bilanci, si confrontano i vincitori e i vinti, si pensa alle suggestioni di quei film, suggestioni evidentemente anche musicali. Così due delle colonne sonore che più si sono contraddistinte in questi mesi, anche come attenzione del pubblico e vendite, sono quelle di The Millionaire di Danny Boyle (film vincitore di 8 Oscar, tra cui anche quello per la canzone e la colonna sonora) e di The Wrestler di Darren Aronofsky (la cui canzone omonima, cantata da Bruce Springsteen ha vinto il Golden Globe). Due film e due mondo musicali opposti.

A.R.Rahman, celebre compositore indiano, sceglie in modo inequivocabile, onesto e a suo modo inattaccabile, di sposare l’assunto del film - in un certo senso discutibilmente edulcorato, ma allo stesso tempo spudoratamente favolistica – mescolando le carte in tavola, facendo propria la sintesi di classico e moderno e trasportando sul terreno della danza le melodie tipiche (del cinema di Bollywood innanzitutto, dove c’è una canzone con balletto ogni dieci minuti), alternando elettronica pura e tracce di hip-hop, dance più commerciale, canti d’amore intonati dalla tipica voce di M.I.A.

Già l’apertura di O Saya è una dichiarazione d’intenti, con ritmiche e suoni computerizzati che scandiscono percussioni, sitar e voci melodiche, artefatte dal sintetizzatore, mentre Mausam and Escape porta a suoni più in voga col tocco realistico di metà film. La compilation di Rahman, che mescola pochi brani strumentali a canzoni da lui composte, sa tracciare un quadro esaustivo di un certo modo, quello filo-occidentale, d’intendere il cinema in India, rendendo evidente le influenze della musica americana, come in Paper Planes, ma aggrappandosi a brani fin troppo bizzarri e naif che sembrano più blandire l’esotica aspettativa dello spettatore, come Ringa Ringa o Latika’s Theme.

Partendo invece dalla frase di Ram “The Jam”, secondo cui Cobain e gli anni ’90 avrebbero trascinato via tutta la voglia di vivere e divertirsi dei mitici ’80, Clint Mansell – sodale musicista del regista Aronofsky – realizza una sorta di compilation virata sull’hard rock, il glam e il metal di quegli anni, fatta per nostalgici di sicuro, ma anche capace di coglierne lo spirito e la verve, infarcendola di qualche pezzo più moderno, versante pop e rap, e supportando il tutto con la sognante e dolente chitarra dello score originale suonata niente di meno che da Slash dei Guns ’n’ roses. E l’avvio mette le cose in chiaro: Bang Your Head dei Quiet Riot per ritmi, testo e spirito è la bandiera dell’album, tanto che è anche la sigla con cui The Jam scende sul ring. E si prosegue su quelle coordinate, non sottovalutando la malinconia, che Don’t Know What You Got dei Cinderella, comincia a permeare tanto l’album quanto il film. Trascurando gli effettivamente trascurabili Lil’ Wayne e Solomon, il susseguirsi di Firehouse, Ratt, Slaughter e Accept accende gli animi di ogni rockettaro che esplodono con la stupenda Animal Magnetism degli Scorpions, perfetta apripista all’unico brano originale della raccolta, The Wrestler, composta da Bruce Springsteen per l’amico Mickey Rourke e commovente epitaffio della pellicola.

Due lavori molto diversi, due modi d’intendere la musica per film e soprattutto due dischi che funzionano perfettamente anche senza le immagini, per equilibrare l’atmosfera della pellicola con l’immediato divertimento della musica: che, sia originario del sub continente indiano sia simbolo di vecchi umori americani, è il motore primo di chiunque accenda la radio o il cd.