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Intervista a Paolo Romano, direttore artistico di Schermi D’amoreA proposito del festival veroneseArticolo di Farida Monduzzi - Giacomo Botteri - Pubblicato lunedì 4 maggio 2009 Chiediamo a Paolo Romano, uno dei creatori e animatori storici del Festival Schermi d’amore di Verona e attuale direttore artistico, di fare il punto sull’edizione 2009 della rassegna. NSC. Nel presentare l’edizione di quest’anno l’Assessore alla Cultura del Comune di Verona pone fra gli obiettivi quello di “tenere alto il profilo culturale del festival, accrescerne il prestigio, conquistare il pubblico”. Non le sembra che questi propositi risultino frasi generiche e astratte visti i tagli radicali de budget fatti dall’amministrazione? P.R. Decisamente no. Si sono fatti dei tagli, ma abbiamo costruito ugualmente un programma che ha soddisfatto tutti per la qualità dei film. Abbiamo inserito la novità dei sottotitoli, apprezzati moltissimo. Abbiamo impostato un equilibrio tra film classici e contemporanei. Si è scelta una sala più capiente di 500 posti. NSC. Non si può non insistere su questo aspetto e chiederle quanto la riduzione del festival a soli sei giorni abbia danneggiato la programmazione inizialmente dilatata nei canonici dieci giorni. P.R. Potevamo benissimo impostare il festival sul periodo dei classici 10 giorni. Purtroppo siamo stati costretti a inserirci in date obbligatorie, altrimenti non avremmo avuto la disponibilità della sala. NSC. A giudicare dall’affluenza del pubblico nella sala del cinema K2 si è avuta la conferma di un sempre maggiore coinvolgimento della società civile, non solo veronese, ma veneta, nella manifestazione. Si può dire altrettanto delle risposte della stampa nazionale? Non si direbbe, vista la modesta rilevanza data all’evento dai due quotidiani locali, Arena e Adige. P.R. Non ci aspettavamo un aumento di pubblico rispetto alle pur seguite edizioni passate. Nei limiti del budget abbiamo cercato di soddisfare le esigenze della stampa. Ma il nostro obiettivo principe è quello di orientarci sui desideri del pubblico. Si sa che il ritorno di una più ampia eco stampa è legato alla presenza di grandi ospiti. Sono rimasto deluso nei riguardi della stampa locale, mentre a livello nazionale abbiamo avuto una maggiore soddisfazione rispetto agli anni precedenti. NSC. Vi è fra i vostri obiettivi, una volta superata l’emergenza economica, quello di crescere anche in termini di mondanità, parametro ormai irrinunciabile se si vogliono i grandi titoli dei giornali? O continuate invece a servirvi di madrine virtuali come già successo quest’anno? P.R. Per noi è stata una bella occasione ritornare alle origini: trovare cioè dei bei film per soddisfare il pubblico; porgere delle informazioni essenziali, agili ed esaurienti. Noi intendiamo continuare così, con l’aggiunta, se sarà possibile, di ottenere la presenza dei registi legati al concorso. NSC. Vi è stato difficile compilare la lista dei film da ammettere al concorso? Come ne giudica la qualità, il livello? P.R. Siamo stati fortunati perché nel mercato di Cannes e Berlino abbiamo trovato i film che ci servivano. Si è ottenuto un livello alto. L’aver portato a Verona Kurosawa è stato un bel colpo e pure l’ultimo film di Deepa Mehta. NSC. Si ha l’impressione che anche a Verona sia continuata la tendenza già manifestata lo scorso anno alla Mostra di Venezia, a incentrare l’indagine sull’attualità più che sui grandi temi sociali, sulle problematiche della famiglia, sui risvolti relazionali e sentimentali. E’ d’accordo? P.R. Quello di Venezia è un grande Festival; ora non saprei indicarne le tendenze. Noi ogni anno troviamo un tema che leghi i film tra loro. L’idea di quest’anno era quella di concentrare l’interesse sulla famiglia, sui conflitti familiari che sono diversi a seconda dei Paesi indagati. Il film di Kurosawa ad esempio – Tokio Sonada – tratta con intensità e delicatezza il problema della disoccupazione in una famiglia disorientata. NSC. Continua anche l’affermazione dei film indiani girati in modo impeccabile (Heaven on Earth di Deeepa Metha ne è un valido prototipo). Bollywood finirà col togliere il primato secolare a Hollywood? E cosa pensa della recente produzione francese da voi privilegiata in ambito europeo? P.R. Frequentando i mercati troviamo che la produzione francese ha sempre una bella proposta di pellicole che non arrivano in Italia. Sono prodotti medio alti con attori di livello internazionale. Abbiamo sempre cercato di portare film indiani sia di Bollywood che di registi validi come Deepa Mehta e altri che lavorano su tematiche riguardanti i conflitti familiari e della donna in generale, argomenti che portano a profonde riflessioni. Porto ad esempio il film di Oliver Paulus Tandoori Love che è stato una piacevole sorpresa trattando la ricchezza della cucina indiana, delle tendemze della scuola bollywoodiana, dei problemi della diversità. NSC. Molto indovinata la rassegna su David Lean. Ha riportato gli spettatori ad un mondo che, anche se violento e sfruttatore era animato ancora da ideali e speranze. Si riconosce di più in questo clima dal sottile humor inglese o in quello scettico, disinibito e amaro della rassegna dedicata a Isabel Coixet? P.R. Sono due facce del cinema. Amo molto il cinema classico, nel contempo mi piacciono nuovi linguaggi. Con Isabell Coixet, ad esempio, ci si affaccia sulla diversa mentalità interpretativa dei problemi del mondo. Due modi perciò di vedere il mondo: bene dunque il classico, bene il cinema contemporaneo. |
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