"Kubla Khan" DI S.T. Coleridge

Kubla Khan (o una visita in un sogno)

Articolo di Gabriele Naia - Pubblicato giovedì 29 settembre 2005

In una lontana quanto imprecisabile notte del XIII secolo, un imperatore mogol sogna un palazzo enorme e bellissimo, e al risveglio ordina ai suoi schiavi di erigerne uno tale quale. In un pomeriggio estivo del 1797, il poeta inglese S. T. Coleridge, a causa di sonniferi prescrittigli dal medico, si addormenta durante una lettura che descrive le bellezza dell’appena nominato palazzo, e al risveglio si precipita a scrivere decine di versi, che giura aver composto durante il sonno. Il risultato è appunto Kubla Khan, opera di cinquanta quattro versi (in “origine” - cioè durante la fase onirica - arrivavano, secondo Coleridge, a quasi trecento, ma una visita inaspettata sembra aver distolto la concentrazione del poeta che, una volta ripresa in mano la penna per continuare la trascrizione, si rese conto d’aver dimenticato i versi rimanenti).

In una lontana quanto imprecisabile notte del XIII secolo, un imperatore mogol sogna un palazzo enorme e bellissimo, e al risveglio ordina ai suoi schiavi di erigerne uno tale quale. In un pomeriggio estivo del 1797, il poeta inglese S. T. Coleridge, a causa di sonniferi prescrittigli dal medico, si addormenta durante una lettura che descrive le bellezza dell’appena nominato palazzo, e al risveglio si precipita a scrivere decine di versi, che giura aver composto durante il sonno. Il risultato è appunto Kubla Khan, opera di cinquanta quattro versi (in “origine” - cioè durante la fase onirica - arrivavano, secondo Coleridge, a quasi trecento, ma una visita inaspettata sembra aver distolto la concentrazione del poeta che, una volta ripresa in mano la penna per continuare la trascrizione, si rese conto d’aver dimenticato i versi rimanenti). Il primo sogno fece sgattaiolare da un’ignota profondità onirica i tratti di una grandiosa costruzione, il secondo fece invece resuscitare questo magnifico palazzo (che già nel secolo XVII era ridotto in macerie) dall’ineluttabilità del tempo e delle vicende storiche che lo distrussero. La penna di Coleridge sembra quindi aver dato parola ad uno spirito che vaga nei meandri del sogno, e che interpella di volta in volta qualcuno che si presti a messaggero. Avendo il coraggio d’azzardare questa tesi così metafisica e fantasiosa, quanto, al tempo stesso, portatrice di un fascino irresistibile, possiamo notare come la Storia ci presenti varie leggende che richiamano questa ignota capacità rivelatrice, che sembra sprigionarsi nel sogno. Come infatti fa notare Borges (in Altre inquisizioni), significativa è la storia raccontata da Beda il Venerabile, secondo la quale Caedmon, rozzo pastore dell’Inghilterra del VII secolo, mentre dormiva in una stalla, venne chiamato per nome nel sonno e gli si ordinò di cantare; sapendo di non esserne in grado, Caedmon rifiutò, ma quando gli venne detto “Canta il principio delle cose create”, pronunciò versi che mai aveva udito e che, una volta sveglio, fu in grado di ripetere. Inoltre, Beda scrive che costui fu il primo vero poeta sacro dell’Inghilterra, in quanto non dagli uomini, ma da Dio aveva imparato; pur non sapendo leggere, infatti, egli era in grado di convertire i passi della storia sacra che i monaci gli leggevano in versi di estrema bellezza e dolcezza. Volendo si può citare (sempre seguendo Borges) anche un altro caso, forse dai contorni meno onirici, ma comunque assai curioso. Kubla Khan fu pubblicato per la prima volta solo nel 1816; vent’anni dopo apparve a Parigi Compendio di Storie (che data comunque dal secolo XIV), prima versione occidentale di una raccolta di storie universali di matrice tipicamente persiana. In una pagina vi si legge: “Ad est di Shang-tu, Kublai Khan eresse un palazzo, secondo un piano che aveva visto in un sogno e che serbava nella memoria.” Qual’é il punto? Che Coleridge era a conoscenza solo dell’esistenza del palazzo, non dei motivi della sua costruzione, che egli conobbe solo quarant’anni dopo il suo sogno.

Questo fattore - sempre se abbiamo voglia di seguire la teoria in questione - accresce quindi di molto il fascino di Kubla Khan che, oltre a presentarsi come una delle opere più valide e riconosciute di tutto il Romanticismo, può essere interpretata come la voce silenziosa di uno spirito eterno, la parola che rivela una verità fino a quel momento taciuta o mai del tutto espressa. Una tesi, questa, che si può adattare perfettamente anche al tipico ruolo che l’artista romantico è chiamato a ricoprire: quello cioè del mediatore tra uomini e dei, tra mondo e soprasensibile. Quel ruolo tanto caro, ad esempio, a Hölderlin, così come largamente presente, all’epoca, nei trattati di estetica e non solo (si pensi alla figura del genio della Critica del Giudizio kantiana, ma anche all’importantissima dote che Schopenhauer attribuisce all’artista - quella, cioè, di essere in grado di scostare il velo di Maya per poter intravvedere il “mondo come volontà”).

In questi versi di straordinaria bellezza, quindi, Coleridge sembra aver a sua insaputa raccolto in sogno le macerie del palazzo del Khan Kublai, e averle rimesse assieme in questa poesia dagli splendidi tratti visionari.

A questo punto vogliamo allora credere che, fra un paio di secoli, questa voce onirica torni a far visita, magari ad un pittore che, ignaro di tutto, dipingerà un grandioso quadro, ritraendo le immagini - avute in sogno - dell’ormai a noi famoso palazzo; oppure ad un musicista, che riprodurrà il canto e l’armonia che la ragazza abissina descritta da Coleridge intona con il dolcemele.