Dare, correre, cadere. Imparare, facendo. In queste sintesi essenziali il manifesto ideologico e programmatico di Ismael Ivo, il coreografo, inventore inesauribile di nuovi inizi, per valorizzare e fare amare la danza.
Dove sta andando la danza contemporanea? Per rispondere a questo interrogativo il riconfermato direttore della rassegna internazionale di danza contemporanea di Venezia, ha avviato nel triennio 2009-2011 Grado Zero per ipotizzare una visione della danza per i prossimi anni. Il progetto procederà per tappe. Quest’anno l’Arsenale della danza ha rappresentato un centro di formazione volto a creare danzatori-artisti che arricchiscano la propria formazione attraverso un confronto con le molteplici estetiche della danza di oggi. Il secondo progetto che ha preso vita in questa edizione è il Colloquio Internazionale curato dal critico Francesca Pedroni con lo scopo di ragionare insieme a 18 artisti e undici critici sia italiani che stranieri, sul presente e sul futuro della danza contemporanea considerando il rapporto fra coreografo e interprete, la relazione fra scena e platea. Le compagnie che hanno arricchito questa edizione vanno dalla Michael Clark Company che ha presentato in anteprima un lavoro di Clark nato dalla sua ammirazione per tre leggende della musica rock: David Bowie, Iggy Pop e Lou Reed ,al Centre International de Danse Contemporaine Angers che ha presentato a Venezia tre pezzi , Newark/Re-Worked, e A vida enorme . Il Corso di Teatro danza della Scuola d’Arte drammatica di Paolo Grassi Milano ha presentato il risultato dell’incontro con l’israeliana Yasmeen Godder , una della più acute artiste della scena attuale. Nuovo è anche lo spettacolo che la Compagnia dell’Accademia Nazionale di danza di Roma ha portato sul palcoscenico della Biennale veneziana. Si tratta di “Incipit” ed è il manifesto della molteplicità coreografica con cui Pina Bausch apre il suo personale omaggio a questo nuovo insieme cui ha offerto la propria supervisione artistica. Le altre due creazioni sono della sudafricana Robyn Orlan,e del coreografo italiano Jacopo Godani.
Non solo coreografie e danzatori, quindi, per questa edizione della Biennale danza: il responsabile Ismael Ivo ha pensato in grande. In una visione di largo respiro ha concepito la rassegna concentrandosi non solo sugli spettacoli in cartellone, ma arricchendola con laboratori, BMotion realizzate con progetti di residenze artistiche , stage preparatori, scambi di esperienze con altre compagnie di danza, seminari, percorsi formativi, confronti con istituzioni e accademie collegate con realtà estere.
Etoile della danza moderna, coreografo di fama consolidata, Ismael non si comporta da geloso custode dei suoi talenti, ma, animato dal grande amore per la danza, vuole trasmettere le sue esperienze ai giovani danzatori in formazione ed ha allestito delle masterclass per fare emergere le potenzialità nascoste offrendo loro la possibilità di cimentarsi sul palcoscenico prestigioso della Biennale. Ecco quindi chiamata la Compagnia Internazionale dei giovani composta da sedici danzatori provenienti da Italia, Francia, Svizzera, Turchia, Venezuela, Giappone per sperimentarne la creatività e valutarne le capacità.
Lo spettacolo cui danno vita con Ivo coreografo, Andreas Blick come autore delle musiche all’unisono con Strawinsky, prende il titolo del poema di Elliot “ The waste land”, la terra desolata, anche se il balletto è basato sulla Sagra della Primavera di Strawinsky. Scritta quattro anni dopo la fine della prima guerra mondiale, quando il mondo doveva ancora riprendersi dalla devastazione bellica, l’opera di Elliot narra della crisi e sterilità del mondo moderno, dell’insensatezza dell’uomo che follemente lo va distruggendo. Ismael Ivo riprende il ruolo rivestito nel poema da Tiresia e, novello profeta-ammonitore, descrive con i movimenti, i gesti, le contorsioni convulse dei ballerini lo scenario altrettanto cupo e allarmante di un mondo surriscaldato dall’effetto serra, sfruttato, sfibrato, inquinato nelle sue acque, terre, aria da un’umanità altrettanto distratta e avida. La sagra della primavera, il canovaccio su cui si tesse la concitata trama della coreografia, ci parla ancora di inverno finito e di una primavera è riluttante a sostituirvisi, e l’aprile, diviene una promessa mancata trasformandosi nel più crudele dei mesi: la primavera arretra perché ha paura di quel mondo che le si para davanti e che dovrebbe ornare coi suoi colori e profumi. Alle note del grande compositore si affianca la musica di Blick con le sue sperimentazioni sonore, che riproducono per registrazione, il fragore di eventi naturali, il dissolversi della terra. I movimenti tormentati dei danzatori, pur nel riprodurre gli spasimi frenetici di un pianeta violato, tentano tuttavia di tenere sotto controllo il tumulto interiore dei corpi, che si ribellano a questo dissennato sfruttamento .
La Primavera cerca di farsi strada per tornare a fiorire e diffondere speranza, ma arretra spaventata di fronte all’immagine visionaria della Serra Pelada, moderna bolgia infernale fatta di fango e degrado, buco-metafora che inghiotte uomini schiavi eternamente “ damnati ad metalla” alla ricerca di quel grammo d’oro per cui si muore e che toglie ogni speranza di riscatto.
Camminare , correre, cadere. Imparare , facendo: In queste sintesi essenziali il manifesto ideologico e programmatico del coreografo, inesauribile inventore di nuovi inizi, ben assecondato dai bravi ballerini-allievi.