"Non bussare alla mia porta" di Wim Wenders

L’affettuoso addio di Wenders all’America

Articolo di Caterina Lunghi - Pubblicato giovedì 6 ottobre 2005

Se Jean Renoir diceva che il cinema è raccontare delle storie attraverso le immagini, allora quello di Wim Wenders è esempio di grande cinema perché da sempre nella sua opera luci, colori, forme, luoghi e paesaggi fotografano momenti, sensazioni e atmosfere che si fissano nella mente dello spettatore resistendo al trascorrere del tempo.

Non bussare alla mia porta, storia del cowboy Howard, stella del cinema in declino che un giorno scopre di avere avuto un figlio da una donna amata trent’anni prima nel Montana, è una bella riflessione sugli amori buttati al vento che si vorrebbero recuperare, sugli affetti trascurati che si vorrebbero risolvere, sul nonsenso di una vita vissuta di corsa tra bagordi e dissolutezze e sulla necessità di cambiare rotta finché, forse, si è ancora in tempo.

Non tutto della storia convince (il rapporto padre-figlio è trattato superficialmente con un paio di violente sfuriate, rinfacci di colpe e responsabilità e la figura della ragazza appena rimasta senza madre che vede e trova in Howard il padre che nemmeno lei ha mai avuto e conosciuto, confonde e appesantisce la narrazione) ma ugualmente e, forse, proprio per questa sua imperfezione, “Non bussare alla mia porta” è un bellissimo film che resta dentro perché fatto di immagini e colori che rapiscono lo sguardo e di atmosfere dense di malinconia e solitudine che paradossalmente riempiono l’inquadratura.

Wim Wenders è tedesco ma vive da dieci anni negli Stati Uniti. Questo è il suo omaggio e il suo addio a un paese che ha amato e continuerà ad amare moltissimo ma che adesso gli è diventato troppo stretto. Torna così in Germania. E quale modo più affettuoso di salutare questa terra se non raccontando una storia attraverso quei suoi luoghi, miti e contraddizioni (già percorsi in “La terra dell’abbondanza” dove sopra le parole di “The land of plenty” di Leonard Cohen veniamo portati da Los Angeles a New York) che l’hanno resa e la fanno ancora così leggendaria e unica? Così scorrono davanti agli occhi dello spettatore i magnifici panorami western della Monument Valley di John Ford, le strade solitarie percorse dal Greyhound, il deserto del Nevada con le sue case da gioco, fino ad arrivare alla cittadina fantasma di Butte nel Montana, dipinta da Wenders sullo schermo come in un quadro di Edward Hopper.

Una strada, un angolo, un’insegna luminosa, una musica in Wenders hanno una magia e un fascino così particolari e importanti che spesso noi amiamo e ricordiamo un suo film proprio a partire dalle sensazioni che essi ci muovono.

“Non bussare alla mia porta” è il divano colorato lanciato con furia da Earl fuori dalla finestra nel bel mezzo della strada sul quale Howard si abbandona con la sua vita e la sua solitudine mentre la macchina da presa gli danza intorno. E’ l’appassionata scenata tra uno Sam Shepard pieno di nostalgia che vorrebbe far finta che il tempo non sia mai passato e una più lucida e realista Jessica Lange (sua moglie nella realtà) che invece sa che non è più possibile tornare indietro. E’ la dolce e delicata malinconia della canzone dell’amico di Wim Wenders, Bono, che dice: “You’re everything I could want / There’s no house you couldn’t haunt/ You’re the key that could keep me in/You’re the sense under the skin/ I wont bring you roses I’ll bring myself instead/ Time only is time for what is meant not what was said/ Don’t come knocking/Don’t come knocking/Don’t come knocking at my door /Don’t come knocking/Knock, knock knocking/ Don’t come knocking no more...

Titolo originale: Don’t come knocking

Nazione: Germania

Anno: 2005

Genere: Drammatico

Durata: 122’

Regia: Wim Wenders

Sito ufficiale: www.dontcomeknocking.com

Cast: Sam Shepard, Jessica Lange, Tim Roth, Gabriel Mann, Sarah Polley, Fairuza Balk, Eva Marie Saint

Produzione: Reverse Angle

Distribuzione: Mikado

Data di uscita: Cannes 2005

30 Settembre 2005