Dopo “La terra dell’abbondanza” (2004), un film sulla crisi di un paese (gli Stati Uniti) che da sempre affascina il regista tedesco per la sua capacità di incontro fra razze e culture diverse, Wim Wenders torna a ritrarre gli scenari americani da lui tanto amati in un film intimista, sullo stile di “Paris, Texas” (1984), nel quale il viaggio diventa strumento di conoscenza interiore e l’incontro con il proprio passato mezzo di superamento della crisi esistenziale vissuta dal protagonista.
"Il grande mito dell’uomo libero
artefice di se stesso, che è in grado
di trasformare in realtà i propri sogni,
basta che lo voglia,
di ciò non è rimasto null’altro che una maschera vuota,
una smorfia sarcastica
mostrata a ogni angolo di strada,
in ogni reclame di sigarette o di automobili."
Wim Wenders, "Il sogno americano" (marzo-aprile 1984),
in "Stanotte vorrei parlare con l’angelo"
Questo, tratteggiato dal giovane Wenders al suo primo contatto con l’America, sembra il ritratto di Howard Spence (interpretato da Sam Shepard, anche sceneggiatore del film e già collaboratore di Wenders ai tempi di “Paris, Texas”), attore in crisi che fugge dal set del film western che sta girando e intraprende un viaggio che lo porterà dapprima a casa della madre che non vede da anni (Eva Marie Saint), e poi alla ricerca della famiglia che scopre di avere solo dopo l’incontro con sua madre.
La rivelazione dell’esistenza di un figlio quasi adulto porterà Howard a confrontarsi con i ricordi della propria giovinezza, aumentando il suo stato di crisi all’interno di un già difficile bilancio esistenziale.
Solo il confronto con il passato compiuto durante questo viaggio porterà finalmente pace, non priva di una nota di amarezza e disillusione, nella sua vita.
Wenders torna ad affrontare il tema a lui più caro, quello del viaggio, strumento di crescita interiore per eccellenza, e topos della sua produzione cinematografica a partire dalla “trilogia della strada” degli anni Settanta (“Alice nelle città”, “Falso movimento”, “Nel corso del tempo”).
Il regista tedesco scrive infatti: “In viaggio si vedono cose che a casa non si scorgevano più. […] Sono convinto che molto spesso sia necessario lo sguardo di uno straniero per decifrare un luogo.[…]”.
E ancora “Viaggiare è per definizione sia un avvicinamento che un allontanamento…Mi chiedo se il senso del viaggio non sia in fondo più nel tornare, dopo aver preso le distanze per vedere meglio, o semplicemente per poter vedere” (Wenders in P.F.Colusso, "Wim Wenders. Paesaggi luoghi città").
E saranno proprio l’allontanamento di Howard dalla sua condizione di vita abituale ed il suo desiderio di movimento, la sua inquietudine, a permettergli di osservare il mondo con uno sguardo nuovo. Howard ci ricorda i tanti personaggi wendersiani in crisi, alla ricerca della propria identità, ed in particolare Felix (Rüdiger Vögler), il fotografo di “Alice nelle città” (1973), che riuscirà a risolvere la sua crisi e a giungere ad una maturazione alla fine del film grazie ad un viaggio compiuto con una bambina, simbolo del bisogno dell’uomo di un ritorno ad uno sguardo incontaminato sul mondo.
Il viaggio di Howard assume inoltre come elemento fondante lo scenario americano, quel paesaggio disseminato di motel, stazioni di servizio, insegne luminose che fa parte dell’immagine del mito tramandataci dalla letteratura (le atmosfere noir di Raymond Chandler), dalla pittura (Edward Hopper in testa) e soprattutto dal cinema.
Il paesaggio, all’interno dell’universo wendersiano, non è mai infatti semplice scenografia, ma elemento attivo ed emozionante al pari dei personaggi. Quando poi come in questo caso (e come in “Alice nelle città” o “Paris, Texas”) si tratta dello sconfinato paesaggio americano, un paesaggio impregnato di cinema, nato al cinema grazie soprattutto ai leggendari scenari della Monument Valley nelle pellicole western di John Ford, il discorso si fa ancora più significativo.
È così che nelle strade deserte, attraversate dal protagonista a bordo di un auto anni Cinquanta, nelle camere di motel, nei caffé e nel ritratto della provincia americana tratteggiato da Wenders ritroviamo l’amore del regista per quegli elementi che nell’immaginario collettivo descrivono il paesaggio americano.
Tutti questi simboli assumono sullo schermo (grazie anche alla fotografia di Lustig) i colori e i toni caratteristici della pittura di Edward Hopper, pittore per eccellenza delle scene di vita americane, molto amato dal regista tedesco (da lui già esplicitamente omaggiato nel film “Crimini invisibili”, 1997).
Ai suoi road movie americani Wenders aggiunge un’impronta intimista tutta europea, lo sguardo di uno straniero che si trova a fare i conti con un’immagine idealizzata e mitizzata dell’America vista come paese simbolo della libertà e delle infinite possibilità dell’individuo.
Questo slancio, l’ottimismo e lo spirito d’avventura caratteristico dell’eroe americano di una volta, risulta dunque anacronistico tanto per Wenders quanto per Howard, che può soltanto indossare i panni di quella figura o interpretarla in un film.
Ma anche il ruolo da lui interpretato nel nuovo film non è che una “maschera vuota” (per usare le parole del regista), un patetico tentativo di far rivivere un eroe del passato in un mondo dominato ormai dal cinismo e dalla disillusione. Un mondo in cui quei valori di libertà, ottimismo e lo spirito d’iniziativa dei primi pionieri hanno perso la loro ragione d’essere.
Howard dunque, investito dall’eredità dell’eroe mitico di una volta, appare incapace di sopportarne il peso; solo attraverso il viaggio, visto come percorso di conoscenza di sé, del proprio passato e dunque di maturazione interiore, egli riuscirà a stabilire un rapporto più sereno con la sua esistenza.