Un guerriero muto, dotato di una potenza incredibile, spietato e violento in combattimento e senza un occhio è tenuto prigionerio dal capitano di una banda di pagani e viene fatto esibire in battaglie all’ultimo sangue. Con astuzia e con l’aiuto di uno strano ragazzino biondo, Are, il guerriero guercio riesce a scappare dai suoi aguzzini, facendone scempio. Sulla sua strada incrocia un gruppo di vichinghi cristiani, in lotta con le torme pagane, che lo invitano a unirsi nella lotta all’infedele.
Il guercio (One-Eye nella versione originale) e Are si ritrovano sulla nave dei vichinghi, la quale viene inghiottita, senza troppi preamboli, da una nebbia poco accogliente. Dopo un tempo che sembra infinito e dopo lo scoppio dei primi screzi all’interno della truppa, One-Eye e compagni escono dalla nebbia e sbarcano in una terra apparentemente disabitata. Una freccia fatta di pietra farà cambiare idea al gruppo, e farà anche capire loro che hanno a che fare con una tribù di primitivi. Il capo della spedizione, il vichingo più anziano e più infervorato, decide che lo scopo del gruppo continua a essere quello della cristianizzazione dei pagani; solo che in questo caso, invece di riprendersi la Gerusalemme originale i nostri crociati hanno la possibilità di costruirsi la propria nuova Gerusalemme. Il guercio, totalmente estraneo e decisamente disinteressato nei confronti dell’ideologia crociata, va per la sua strada accompagnato da Are, spazzando via chiunque si metta sulla sua strada, vichinghi o indigeni che siano. Il percorso di formazione del guerriero con un occhio solo è quasi completo, manca solo l’ultimo capitolo, quello del sacrificio.
Pescate a caso o deliberatamente fra questi termini qualificanti elencati in ordine sparso: agghiacciante, affascinante, ben girato, folle, sanguinolento, noioso, lirico, violento, insensato, poetico, ipnotizzante, soporifero; tutti, senza che uno ne escluda un altro, senza che un concetto riesca a vanificare il suo opposto, saranno in grado di fornirvi un quadro parziale di uno dei film più assurdi e coraggiosi e incredibili in ogni senso mai prodotti negli ultimi anni. Un’unica traccia musicale, pochi e scarsamente utili dialoghi (perlopiù "a morte il pagano" e similari), una fotografia talmente scura da risultare quasi repellente, una narrazione ridotta all’osso, 90 minuti che paiono svariate ore in una continua sensazione di affascinato straniamento: Valhalla Rising è quanto di più inaspettato e spiazzante uno spettatore possa trovarsi di fronte. Caratteristica, peraltro, che ha anche i suoi difetti se pensiamo allo schock repulsivo di fronte a un’opera così impegnativa che uno spettatore casuale potrebbe provare.
L’autore di cotanta opera è il giovane ma non giovanissimo (classe 1970) regista danese di sulto Nicolas Winding Refn. Refn ha esordito nel 1996 con Pusher, film che gli dà un notevole successo internazionale e che gli permette di girare, una decina di anni dopo, due sequel. Al 1999, e al suo secondo lungometraggio Bleeder, risale il suo esordio alla Mostra del Cinema di Venezia. L’ultimo mattone, in ordine di tempo, posato sull’edificio dedicato al culto di Refn è Bronson, penultimo lavoro del cineasta danese, presentato con profitto all’edizione 2009 del Sundance Film Festival, e titolare di un ottimo successo in patria. Per chi non lo conoscesse, un artista da sperimentare sulla propria pelle, un regista unico e decisamente inimitabile. Per chi lo avesse già incontrato durante il proprio eccentrico cammino cinefilo, ecco un nuovo capitolo nella filmografia di Nicolas Winding Refn, regista sui generis.