Ounie Lecomte è nata nel 1966 a Seoul. Lascia la Corea per la Francia all’età di 9 anni, dove viene adottata. Dopo aver studiato fashion design, lavora in diversi film, come attrice.
“Une vie toute neuve” è stato presentato fuori concorso al Festival di Cannes, dove la Lecomte era tra i membri della giuria.
Questa sua opera prima è in concorso al 20° Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina. Une vie toute neuve è un film semplice nell’esprimere i sentimenti, registicamente lindo, senza sbavature.
Jinhee, ha nove anni e vive con il suo papà. Entrambi in bici e al ristorante, sono soli e molto uniti. Un giorno lui la porta in un istituto, un orfanotrofio gestito da suore cattoliche, con la promessa di tornare, ma la sta lasciando. La piccola è sola, in una lunga attesa.
Questo è il trauma dell’abbandono, il tradimento, che la regista ha vissuto in prima persona e che ci restituisce in un toccante ed intenso racconto della vita in un orfanotrofio in Corea nell’attesa di una nuova famiglia.
La bravura della Lecomte è nel aver saputo raccontare un’esperienza personale, senza documentarla, ma attraverso un’opera di fiction.
Cosa l’ha spinta a raccontare questa storia?
Ho sempre voluto trovare un’espressione, un modo di parlare di me. Ma non ho mai voluto fare un’autobiografia. Ho trasferito con la fiction parte delle mie emozioni, a volte ho dovuto mentire per fare questo lavoro di fiction, appunto.
Come è riuscita a filmare momenti molto difficili in maniera così dolce e sensuale?
La mia prima attenzione è stata trasmettere allo spettatore il punto di vista della bambina. Cercare di rendere il modo in cui la bambina deve superare l’abbandono. Quindi, le riprese dovevano seguire il ritmo della bimba, in modo che lo spettatore si immergesse nei suoi tempi.
Abbiamo lavorato molto sui colori. Abbiamo utilizzato colori pastello, molto dolci. Così, rispetto al dramma interno, questa dolcezza emerge. Anzi, questa dolcezza equilibra il tutto opponendosi al dramma.
Quale valenza particolare ha la scena in cui la bambina scava quella fossa e si copre il volto con la terra?
Per la bambina non ci sono particolari motivi. È una scena che ho immaginato e che ha diversi significati. È un qualcosa che sta morendo.
Quando si copre il viso con la terra è anche una pulsione di vita. Sono due pulsioni, ecco, di vita e di morte. Si può leggere quella scena in vari modi. La terra che copre tutto, ma nutre per una vita futura…. Ma nell’orfanotrofio i bambini sono passivi rispetto al futuro, non sono loro che dovranno scegliere, ma verranno scelti. Il bambino deve trovare la propria forza. Se non trova questa forza non potrà sopravvivere.
Il film inizia con un breve preambolo di felicità. Ci racconta come ha elaborato questo inizio?
Il prologo racconta gli ultimi giorni della bambina con il padre, prima dell’abbandono.
Sto leggendo alcuni libri di uno psicologo, che ha lavorato sull’idea di rinuncia. Non conoscevo questi libri prima di iniziare a girare il mio film. E ho ritrovato alcuni riscontri positivi.
Non volevo che il rapporto tra padre e figlia fosse solo narrativo, volevo carpire il sentimento. Volevo immettermi nella memoria selettiva della bambina.
Io sono stata abbandonata e non ho un ricordo del volto di mio padre. E mi sono domandata come potessi rappresentare questo nel film. Infatti, nel film non si vede il volto del padre, ma è una presenza forte nel suo essere astratta. Esprimere questo tipo di emozione, raffigurare l’abbandono è un lavoro impressionante! Durante la lettura di questi libri ho scoperto che durante traumi forti la tensione è talmente concentrata che la registrazione di ricordi è aleatoria. Quindi si ricordano cose non strettamente importanti. La tensione si focalizza sul particolare.
Une vie toute neuve racconta l’attesa tra un prima e un dopo, che non vediamo. Il film è come sospeso…in questo sentimento di attesa…
Si esatto! L’orfanotrofio è un luogo concreto, ma ha un tempo destinato a sparire. È sospeso perché non si può lasciare il passato che non è troppo lontano e non si può aderire al futuro che è troppo misterioso.
Anche io nella mia esperienza sono rimasta sospesa. Ho l’impressione che questo sia dovuto alla somma del nostro passato che non possiamo lasciare, come dicevo, e della pressione di un futuro che non è ancora…
La scelta dell’orfanotrofio è proprio stata fatta con questa intenzione di navigare tra i due mondi.
Come ha trovato la bambina giusta per interpretare questa parte?
Mi sono rivolta a un agente per bambini. È stato difficile decidere, l’ho trovata due settimane prima dell’inizio delle riprese. Non aveva mai girato film e non aveva letto lo script. Ma ho capito subito che aveva un modo innato, inconscio di lavorare. Durante le riprese non le ho mai dovuto spiegare dell’orfanotrofio o parlare della Corea di quegli anni.
Era la prima volta che tornava in Corea?
No, c’ero già stata nel ’90. Facevo parte di un progetto, ero l’attrice, che non è mai stato realizzato. Il film avrebbe dovuto raccontare la storia di una ragazza che torna in Corea per riscoprire le sue origini.